La bicicletta

Quando andavo a trovare mia zia al suo paesino in piena campagna, le giornate splendevano sempre di serenità, sotto un cielo sgombro da ogni preoccupazione, ogni timore terreno. Lei mi aspettava sempre sull’uscio della sua casa in mattoni, ricavata da un’antica stalla di proprietà di un qualche suo parente a me sconosciuto. Il piano inferiore, infatti, era composto da un’unica lunga e larga stanzona con le pareti in pietra, che comprendeva un salone con un grosso camino e due divani, l’angolo cucina con un lungo bancone in marmo e, in fondo, un imponente tavolo in quercia dove ci riunivamo sempre tutti a mangiare. Al piano di sopra c’erano le camere: tutte ampie, luminose, con le spesse travi del soffitto a vista e le finestre larghe da parete a parete. Qualche stanza aveva anche un piccolo terrazzo, ed il mio dava proprio sul campo dietro la casa.

Le giornate lì in campagna da mia zia passavano in fretta e lei era sempre in prima linea per trovare qualcosa che mi interessasse e mi intrattenesse. Una volta provò anche ad insegnarmi a cucire, ma con scarsi risultati. Non sono mai stata molto pratica in questo genere di cose.

Un giorno, però, un giorno di sole pieno ad invadere il cielo blu oceano, mia zia mi condusse in garage, sul retro della casa, che era uno stanzone pieno di scatoloni e cianfrusaglie. Si avvicinò a quello che mi parve un cumulo di oggetti e, dopo aver rimosso un telo bianco coperto da uno spesso strato di polvere che si riversò ovunque, mi mostrò la bicicletta di mio padre. Una vecchia bici rosso scarlatto col sellino consumato dall’utilizzo, il manubrio graffiato ed in parte scolorito e la gomma posteriore a terra. All’inizio, non ne fui particolarmente entusiasta, ma bastarono un paio di giorni di riparazioni e restauri per farla tornare al suo antico splendore e farmi già affezionare a lei. Decisi di ridipingerla con un bel verde smeraldo, tanto simile ai vastissimi prati che circondavano quella casa in mattoni.

Quando finalmente potei montarvi sopra, ero felicissima. Mia zia mi ripeteva che un sorriso così non me l’aveva mai visto in viso e che ero sicuramente più bella dei ciclamini che costeggiavano il sentiero di fronte alla porta di casa.

Uscii ed andai all’avventura, godendomi un sole che sembrava ben deciso a non farsi oscurare da alcuna nuvola. Pedalavo con calma, come se stessi conducendo una piccola barca in acque tranquille, e mi fermavo ogni tanto per accarezzare un fiore, cogliere frutti da un albero, sdraiarmi sull’erba morbida. Quel pomeriggio fu mio e della mia bicicletta soltanto, che ci avventuravamo lungo strade di ciottoli e ghiaia, per poi rituffarci in mezzo a fitti campi dorati. Poco prima dell’imbrunire, sulla via del ritorno, incappai in uno stretto ruscello quasi completamente asciutto, in cui arrancava una sottile bisciolina d’acqua limpida. Smontai dalla mia compagna a due ruote e mi sedetti lungo una delle sue sponde erbose, con i piedi a penzoloni sopra quel timido rivolo d’acqua. Mi guardavo attorno, delineando con gli occhi i contorni dell’orizzonte frastagliato da alberi, fiori e colli in lontananza che stavano prendendo il colore del tramonto. Spostai lo sguardo sulla mia bici poi, e pensai a tutte le avventure che aveva condiviso con mio padre. Chissà, forse anche lui aveva trovato questo ruscello, magari ancora pieno d’acqua allora, e ci si era fermato vicino. Forse anche mio padre stava in giro per ore a pedalare tra i campi in fiore, a cogliere frutti non ancora del tutto maturi, giusto per il gusto di farlo. Poi pensai alla bici, agli anni che passò nascosta sotto quel telo polveroso, al suo desiderio di rivedere la natura, il cielo, sentire l’aria accarezzarle il telaio, percepire la stretta solida di qualcuno sul suo manubrio usurato. Le sorrisi. Avevamo entrambe trovato una nuova amica.

Da quel giorno, non mi separai mai più dalla mia bicicletta verde smeraldo, che battezzai Esmeralda. Passai lunghe giornate a pedalare in giro, seguendo il cuore ed il vento, spingendomi ogni giorno verso orizzonti diversi, scoprendo sempre piccoli angoli di paradiso nuovi.

Ora mia zia è anziana e non mi attende più sull’uscio di casa quando vado a trovarla, ma insiste ogni volta nell’andare a recuperare lei stessa la mia fedele bici in garage, ora migliore amica di mia figlia. Così mi ritrovo a far compagnia alla mia zietta in veranda fino al tramonto, quando mi alzo per andare ad aspettare la mia bambina di ritorno dalle sue avventure a due ruote.

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