Avrei potuto

Cammino per questa stanza disegnando infiniti cerchi sul pavimento, che si intersecano sulle piastrelle fredde. Ho le braccia lungo il corpo, che penzolano come se non fossero mie. La mia testa, china, osserva i miei passi e brulica di pensieri. I miei occhi vedono la stanza in cui sono ma la mia mente la trasforma in ricordi. In tutti quei ricordi che vorrei tornare indietro ad aggiustare.

Il cielo grigio di oggi mi ha tenuto incollato alla mia stupida scrivania tutto il giorno. Nonostante sia maggio inoltrato, la luce del cielo ha trasformato tutto in una giornata di inizio novembre. Sono stato alla mia scrivania in silenzio, senza fare assolutamente nulla, mentre i libri di economia mi guardavano dalla libreria alle mie spalle. Potevo sentirne lo sguardo crudele addosso. Non ho fatto nulla, però, e sono stato a reggermi il capo con le mani screpolate tentando di non piangere di rabbia.

Potevo soltanto pensare a lei, al suo viso. Non vedevo altro, come non vedo altro neanche ora che faccio su e giù per la stanza martoriandomi all’idea di non poterla toccare. Mi ripetevo d’essere stato uno stupido, come sempre in fondo. I miei amici mi spronavano ma io non ho mai mosso un dito. L’unica cosa che muovevo era lo sguardo, furtivo, sulla sua sagoma perfetta ed i suoi lunghi capelli rossi, nei cui ricci mi perdevo in capriole d’amore. Mi sono sempre chiesto come fossero al tatto. Se fossero morbidi come li immaginavo, o magari non così tanto. E le sue guance? D’inverno si arrossavano in un attimo, sferzate dal vento freddo, ed il suo nasino all’insù le imitava velocemente. Arrivava in aula con la grossa sciarpa color ocra tirata su fino agli occhi, incorniciati da un cappellino di lana dello stesso colore. Come le donava, quel colore. Io ogni volta mi perdevo in quei suoi occhi verdi, grandi, che cambiavano colore col tempo. In una giornata come quella di oggi, li avrebbe avuti di un verde scuro bellissimo, profondo, che invita chi lo guarda a tuffarcisi dentro.

La mia scrivania oggi ha preso la forma dei miei gomiti, puntati in penitenza su questo legno scuro macchiato dal tempo. Stupido, stupido e ancora stupido. Non mi sono ripetuto altro. I mesi scorrevano rapidi ed io continuavo a guardarla da lontano, come uno sciocco piccione appollaiato sui cavi della luce, tra una gomitata ed un invito a provare a parlarle.

Io però la guardavo e basta. Osservavo i suoi passi svelti lungo la prima fila dell’aula, che sembrava una fune su cui un’equilibrista leggiadra si muove sprigionando poesia da ogni poro. Lei quello mi pareva, arte. Un’arte completa, che comprende ogni sfaccettatura della vita, dalle lacrime alle risa, dalla paura al coraggio, dalla stanchezza all’energia. Ogni briciolo di vita lei lo prendeva tra le mani e ne faceva molto di più, plasmandolo in una stella luminosissima da aggiungere alla sua volta celeste d’amore e passione. Ecco, un’altra cosa che mi colpiva di lei era la sua passione. La sua dedizione nel fare le cose. Amava fare favori agli altri, aiutare, dare un consiglio a chi ne avesse bisogno. Non si tirava mai indietro e potevi vederla camminare su e giù per l’aula aiutando i suoi amici, portando ovunque il suo sorriso, bianco, perfetto, che sbucava da due labbra spesse e carnose, spesso tinte di un rosso intenso. Come le donava, quel colore.

Oggi sembrava piovesse. Il cielo grigio non ha pianto, ma ai miei occhi ha piovuto tutto il giorno. Una pioggia sottile, di cui quasi non ti accorgi quando la guardi dalla finestra. Quella pioggia sottile che, a lungo andare, ti bagna come un acquazzone. Così sono i miei pensieri: leggeri, quasi impercettibili, ma in grado di logorarmi nel tempo. E non lo do a vedere. I miei amici scherzano sempre dicendomi di togliermi questa timidezza inutile, questa insicurezza che mi impedisce anche solo di aprir bocca. Mi ripetevano da mesi che lei ci sarebbe stata, che sono un ragazzo intelligente e simpatico e lei avrebbe apprezzato sicuramente la mia compagnia. Ma lei era di un altro pianeta davvero. Quando parlava mi sembrava di sentire una voce divina chiamarmi a sé, svelandomi i segreti della vita, invitandomi a lasciarmi guidare dal cuore.

Non mi ha rivolto parola troppo spesso, ma quando succedeva era un’alba d’emozioni incredibili. Poco a poco, ad ogni parola, il mio cuore batteva sempre di più e la notte si tramutava in giorno, mentre le nuvole in cielo e dentro di me si diramavano lasciando spazio ad una splendida giornata soleggiata, con l’erba morbida tra le dita, con l’aria fresca in viso che scompiglia i capelli. Mi dava pace, anche se le nostre conversazioni non duravano mai molto. Il tempo di innamorarmi ogni volta sempre di più, e lei era già lontana tra le braccia di un’amica o di uno spasimante, a ridere di gusto con la mano davanti alla bocca, che non capiva quanto fosse perfetta.

Perché nascondi il tuo sorriso? Sarei stato a guardarlo per ore, se solo fossi stato io a tenerti le mani, a guardarti negli occhi così da vicino. Invece potevo soltanto guardarti da lontano, dicendomi ogni volta che quella sarebbe stata quella buona, ma rimanendo invece bloccato qui, sui miei piedi fusi al terreno. Ti avrei amata come nessun’altro. Ti avrei dato tutto quello di cui avevi bisogno, e anche di più.

Oggi invece la giornata non mi ha portato il tuo sorriso, ma solo una pioggia invisibile che mi ha annegato il cuore. Oggi avrei tanto voluto vederti passeggiare per i banchi di quell’aula magna in cui tutti sono solo un nome, ma tu sei molto di più. Lo sei sempre stata. E lo sapevi bene, ogni volta che ti spostavi una ciocca di capelli ramati dietro un orecchio, oppure quando li legavi in quel grosso cipollotto che ti faceva risaltare ancora di più gli zigomi alti, il viso allungato ma in modo elegante, le lentiggini timide che si notavano soltanto nelle giornate di sole.

Maledetto me, maledetto me! Ti ho lasciata andare, da un altro uomo, in un’altra storia. Ti ho lasciata partire per un’altra meta che non fosse il mio cuore e ti ho vista sorridere innamorata. I miei amici passarono dalle gomitate alle carezze sulle spalle tristi, parlarono di bere e non più di conoscerti. Mi portavano via il prima possibile dall’aula, per evitare che ti vedessi tra le braccia di quel tuo amato. Ma che poi lo ami davvero? Secondo me no. Secondo me io ti avrei potuto dare molto di più. Ti avrei baciata con una dolcezza che ti avrebbe bagnato il cuore di lacrime di gioia. Ti avrei presa per mano come un principe fa con la sua principessa per farla scendere dal suo cavallo bianco. Ti avrei presentata ai miei genitori. Ti avrei portata in cima ad una collina per osservare le stelle da vicino.

Però oggi il cielo mi ha schernito. Si è avvolto nel suo grigiore e in una sottile nebbia, nascondendo ai miei occhi gli alberi in lontananza che mi ricordavano tanto i tuoi occhi. Non posso più vederli in quelle foglie giovani e forti, ora. Nemmeno posso vedere i tuoi capelli folti nelle tegole del tetto qui di fronte, ora. Il grigiore della città mi ha tolto la vista ma il tuo viso resta inciso nella mia testa e non se ne va per nessun motivo al mondo. Sei dentro di me, sempre e per sempre.

Vorrei tornare indietro, invitarti ad uscire. Farti finalmente innamorare e trasformare le mie speranze in realtà, tenerti tra le braccia, baciarti piano la fronte. Regalarti fiori ogni mese e portarti a visitare la città, tenendoti la mano piccola e pallida, baciarti in mezzo ai turisti. Bastava così poco, ma invece ti ho lasciata andare. Ti ho lasciata andare. Ora lo so, certo, avrei dovuto fare di tutto per conoscerti.

Ma la giornata grigia mi ha tolto il sorriso, mi ha tolto la speranza, mentre vedo ovunque il tuo viso affianco a quello di un altro, lontano dal mio. Che forse nemmeno sai di che colore sono i miei occhi.

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