La mattina dopo

Mi svegliai su un divano sgualcito color verde petrolio, che per la stoffa che lo ricopriva mi ricordò quello che c’era a casa dei miei nonni, prima che il cane lo distruggesse e li costringesse così a cambiarlo. Quella bestiola era piccola ma malefica, aveva due denti aguzzi e allungati sul davanti, di cui uno – quello sinistro – spuntava fuori dal labbro come a voler dire: “Occhio, sono cattivo!”. Loro però lo adoravano e lo guardavano come se fosse la creatura più dolce e indifesa del creato. Non li ho mai capiti…

Attorno a me la stanza buia fatta di macchie sfocate iniziò ad acquisire dei contorni mentre mi sfregavo gli occhi, rimuovendo dalle mie ciglia quelle odiose crosticine che mi tenevano le palpebre incollate. Nella penombra, mi apparve in lontananza una poltrona, spinta contro una parete, sulla quale sta rannicchiata una mia amica, con i capelli scuri e arruffati e un braccio davanti al viso, forse per proteggersi gli occhi dalla luce del mattino. Di fronte a me, oltre a un tavolino da caffè ricoperto da rifiuti e resti appiccicosi di alcool rovesciato, c’era un altro divano, più piccolo di quello su cui stavo io, ma dello stesso colore. Lì, vidi un mio compare sdraiato con la testa che ciondolava da uno dei due braccioli, le scarpe ancora ai piedi e la bocca semiaperta. Dall’altro lato del divano c’era la sua ragazza, mia cugina, con le gambe attorcigliate a quelle del fidanzato, la testa nascosta da un cuscino e un braccio che toccava terra.

La mattina è sempre dura alzarsi. Lo era quando suonava la sveglia per andare a scuola che io puntualmente rimandavo, e lo è anche dopo una lunga serata, seppur per motivi diversi. Quella volta devo aver esagerato, perché non riuscivo proprio a decidermi ad alzarmi, o almeno mettermi seduta. Il pavimento di mattonelle scure mi sembrava davvero freddo e io indossavo solo delle calze consumate: mi sarei congelata sicuramente i piedi. Dov’erano le mie scarpe?

Cercai di fare meno rumore possibile, mentre allungai la mia mano verso il tavolino da caffè, spostando lentamente una bottiglia e il vicino posacenere pieno, in cerca del mio cellulare. Mi si prospettava un lungo viaggio verso casa, e mi domandai se la notte prima mi fossi ricordata di metterlo in carica. Sicuramente, dovevo prima trovarlo.

Mentre mi guardavo attorno, la ragazza sulla poltrona iniziò a muoversi, spostando il braccio dal viso e sistemandosi i capelli dietro le orecchie. Piano piano, anche lei si stiracchiò e si passò una mano sopra gli occhi stanchi.

– Pssst, sai dov’è il mio cellulare? –  le chiesi, sottovoce, cercando di non svegliare gli altri due.

– Zia ma che ne so, non mi ricordo neanche a che ore mi sia addormentata. – mi rispose, volgendomi uno sguardo stanco e parlando con una voce particolarmente roca e provata.

Effettivamente, neanche io me lo ricordavo. Sospirai e, dopo qualche altro sguardo in giro per la stanza, mi decisi ad alzarmi.

Come da previsioni, il pavimento era gelido e le mie calze sgualcite non bastarono a tenermi calda. Mentre i miei piedi si congelavano sempre di più ad ogni passo, io vagai barcollando per la stanza in cerca di quello stupido cellulare. Non era in carica da nessuna parte, non lo trovai sul tavolino e nemmeno tra i cuscini del divano su cui ho dormii. Mi grattai energicamente la nuca e provai a trovare altre soluzioni. Chissà, magari era sull’altro divano, o sotto uno dei due. Mi sentii quasi irrequieta. Che sciocchezza, a pensarci, essere così tesi per un cellulare. Però non sapevo neanche che ore fossero e non c’erano orologi in quella stanza. Mi rivolsi così di nuovo all’unica altra persona sveglia e le chiesi che ore fossero.

– Sono le dieci e dieci. Mi sa che abbiamo dormito poco… –  mi rispose lei dopo aver guardato il suo orologio da polso, concludendo la frase con un immenso sbadiglio.

Avrei voluto solo trovare il mio cellulare, per mandare un messaggio ai miei genitori, del tipo: “Sono viva gente, torno a casa con calma.” e magari controllare la galleria, per capire cosa fosse successo la sera prima, che mi rimaneva soltanto un vuoto totale e la gola piena di catarro. Proseguii la mia ricerca, piano piano, per non svegliare gli altri due, e all’improvviso quel silenzio che cercavo in tutti i modi di mantenere intatto venne spezzato da una melodia proveniente dall’altro lato della stanza: eccola, era la mia suoneria! A grandi passi, mi diressi verso quel suono ed ecco che lo vidi: era abbandonato per terra all’interno di una delle mie scarpe. Come poteva esserci finito lì? Sospirai e lo presi in mano, poi lessi il nome della persona che mi stava telefonando: era l’amico mancante che non vidi al risveglio.

– Mi spiegate perché non trovo più il mio portafoglio? – disse subito lui, senza alcun saluto di preambolo.

Intontita ed estranea alla problematica, gli risposi:

– Guarda, del tuo portafoglio non so proprio nulla, a malapena ho trovato il mio cellulare! Ah, a proposito, grazie.

Dall’altro capo della chiamata, sentii chiaramente un profondo sospiro, seguito da lamentele circa il portafoglio scomparso:

– Sono in stazione cazzo, ora come ci torno a casa?

– Torna indietro, prenderai il prossimo treno… intanto lo cerco – risposi io, maledicendomi in silenzio all’idea di dover iniziare un’altra ricerca.

Una volta conclusa la chiamata, mi girai e li vidi tutti e tre lì, con gli occhi spalancati verso di me: avevo svegliato tutti. Per fortuna, però, nessuno si lamentò e mia cugina si offrì di aiutarmi a cercare il portafoglio scomparso. Dopo numerosi sbadigli a catena e un paio di stiracchiate, iniziammo la nostra ricerca. Nel frattempo, il mio amico iniziò a ripulire la stanza e l’altra ragazza si diresse verso la cucina, offrendosi di preparare la colazione.

Dopo un’abbondante mezz’ora di ricerca, finalmente trovammo il portafoglio. Non ci potevo credere: come fosse una maledizione, lo trovammo infilato in una delle scarpe di mia cugina. Dopo una smorfia incredula, lo presi e lo misi da parte in un angolo del tavolino all’ingresso.

Dopo pochi minuti, suonò il citofono: era appena arrivato il ragazzo del portafoglio. La mia amica che stava in cucina, la padrona di casa, si avviò al citofono e nel frattempo ci domandò se avessimo trovato il cellulare che quella mattina assunse l’importanza del Santo Graal.

Dopo una nostra risposta affermativa, rispose al povero malcapitato:

– Ce l’abbiamo, sali tu o te lo mandiamo giù in ascensore? … Va bene, arriva, ciao!

Subito dopo prese il portafoglio e uscì per pochi istanti per metterlo in ascensore. Dopo pochi minuti, la colazione fu finalmente pronta. La stanza nel frattempo fu riordinata quasi del tutto. Ci ritrovammo così tutti e quattro in cucina, con le facce ancora addormentate e le bocche impastate. Piano piano, iniziammo a rispolverare i ricordi della notte prima. Saltò fuori che, a quanto pare, dopo aver fumato e visto un film horror squallido di cui nessuno si ricordava il nome, facemmo un gioco alcolico – ecco spiegati gli oggetti nelle scarpe, chissà che stupido obbligo è stato – e ci addormentammo uno dopo l’altro, abbattuti dal sonno come mosche. Il ragazzo del portafoglio poi, si svegliò per primo e si preparò senza fare rumore. Nessuno di noi, infatti, si accorse di nulla. Quella serata fu un disastro. La stanza, effettivamente, sembrava aver subito la visita di un paio di ladri, più che aver ospitato una festicciola con una manciata di persone.

Una volta finito di mangiare, piano piano tornammo in forze. Il cibo aiuta sempre, soprattutto dopo una nottata del genere!

Iniziai poi a raccogliere le mie cose, preparandomi per tornare a casa. Senza nemmeno pensarci, percepii le mie guance gonfiarsi attorno a un sorriso: anche quella volta sopravvivemmo a un sabato sera organizzato all’ultimo momento, ma vissuto fino all’ultimo minuto.

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