Un salto

C’è la nebbia oggi. Grossi nuvoloni compatti nascondono il cielo, e un forte bagliore bianco mi impedisce di alzare lo sguardo. Mio nonno mi diceva sempre che chi ha gli occhi chiari soffre di più la luce del sole. Forse aveva ragione.

Fa freddo qui, e i vestiti che indosso non sono abbastanza pesanti per impedirmi di tremare. Ho i capelli legati in una coda disordinata e il vento che si intrufola dalla finestra me li spettina e li spinge contro le guance, tra le labbra, sulle ciglia.

Quanto coraggio occorre per vivere, e quanto ancora ne serve per morire.

Lasciarsi andare, lasciare il controllo a qualcuno, a qualcosa di superiore. Mollare la presa.

Lasciare che il buio diventi parte di noi e poi cornice, finché non ricopre tutto ciò che siamo, occultandolo per sempre anche alla nostra stessa vista.

Basta così poco.

Un salto.

Il vento fa ondeggiare una bandiera blu e bianca, laggiù in lontananza, mentre sullo sfondo sembrano disegnate con un gessetto numerose montagne velate di nebbia. Il mare è scuro e si increspa dolcemente sotto di me, cullando il mio sguardo e la mia mente affamata che vorrebbe conoscerne il sapore e l’odore, ma che finisce per soffrire inevitabilmente, perché la curiosità uccide e dapprima fa disperare. Questo vento freddo mi lacera la pelle con i suoi lunghi artigli di ghiaccio, mi fa irrigidire e mi congela le dita.

È una giornata triste: lo dimostra la natura attorno a me.

Eppure ieri non era così male. Il sole era fioco ma lo si poteva scorgere oltre le nuvole bianche, ed io sorridevo.

È buffo che si precipiti sempre dopo aver toccato la cima. Come a dimostrare che sia così che deve andare, che sia questo il mio destino.

Un salto.

Ripenso a tutto ciò che ho vissuto e che ora mi scorre davanti come fosse un libro, una storia che non mi riguarda. Ho finto a lungo, tentando di allontanare il dolore. Ma la sofferenza è come questa nebbia: copre ogni cosa, anche se si vorrebbe guardare lontano, verso la città e le montagne.

Ripenso a ciò che sono stata, alle cose che ho fatto e quelle che ho solo immaginato di fare, agli anni che non ho compiuto. Ripenso a tutto il malessere e la solitudine che mi hanno accompagnata lungo il mio percorso, così breve eppure così tortuoso.

Questa giornata sembra sul punto di piangere, e la sento vicina. Sembra che stia per esplodere in un grido straziante di dolore e piangere, rannicchiata al suolo con il sale in gola e lungo il volto.

Il vento non soffia più.

La bandiera è ferma ormai, accasciata lungo il palo a cui è legata.

Un salto.

Questo mondo mi pare ormai spento, offuscato da chissà quale cattiveria e malvagità.

Mi sento così fragile, così piccola, mentre tutto il resto scorre attorno a me, lento, in una macabra danza tribale.

La nebbia intanto avanza, avvolgendo completamente le montagne all’orizzonte, nascondendo alla vista ciò che sembra migliore, perché lontano.

Cos’è quest’acqua?

Non è il mare, non è una lacrima: è il pianto di questa triste giornata.

Piove. A dirotto. Tutto s’incupisce ancora di più e il mio cuore singhiozza in silenzio, il mio stomaco si contorce su se stesso e la mia paura si fa più avida.

La bandiera ora si muove flebilmente, come a voler lottare contro un pianto inevitabile, ma presto morirà.

Un salto.

Ho messo forza nelle mie gambe un’ultima volta, come se sperassi di imparare a volare, di salvarmi da tutto. Ma non sono una piccola gabbianella cresciuta da un gatto, non ho ali che mi portino lontano.

Tengo gli occhi aperti per guardare il mondo piangere il mio addio, per osservare tutto ciò che non vedrò mai più.

Precipito, diventando un proiettile di carne, muscoli e ossa. Precipito verso la fine che mi sono scelta, verso la soluzione più semplice.

Sopra di me, le nuvole interrompono il loro pianto straziato e si aprono. Appare il sole, seppur fioco e stanco.

“Sei libera” sussurra.

Mi schianto, sulla superficie dell’acqua, tramutata in cemento.

La mia mente è sazia.

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