Di tutto un po’

Non sono mai riuscita a darmi una definizione, a descrivere i miei comportamenti tipici, a riconoscere i tratti della mia personalità.

Perché anche se mi definisco timida, so che basta poco per farmi diventare frizzante, energica ed estroversa. Basta qualche ora, o qualche giorno, un po’ di conoscenza, ed all’improvviso esco dal mio guscio “a gamba tesa” (questa sì, è una mia tipica espressione) e ribalto la situazione.

Perché anche se mi definisco fragile, spesso mi stupisco di ciò che sono in grado di fare. Mi accorgo di essere molto di più di una fogliolina che trema attaccata al suo ramo, scossa dal vento, in balia delle circostanze. So di essere forte, testarda, determinata, nonostante mi senta un cucciolo indifeso.

Perché anche se mi definisco altruista, a volte metto me prima degli altri. Mi guardo attorno e mi dico: “Non ne vale la pena” e finisco col ritrarre la mia mano tesa – come sempre – verso chi ha bisogno di aiuto. Decido di chiudere porte e portoni, di non ascoltare né immischiarmi in questioni altrui.

Perché anche se mi definisco empatica, ci sono momenti in cui mi sorprendo di me per la mia mancanza di tatto, o comprensione. Mi è capitato di non comprendere le emozioni delle persone a me più care e di non sapere come trattarle, cosa dire, cosa fare. Nonostante io riesca a capire cosa provino gli altri prima che aprano bocca, a volte proprio non ci arrivo, e mi deludo da sola.

Vorrei essere in un certo modo, e basta. Anche con i miei difetti, con le mie imperfezioni, vorrei essere sicura di chi sono.

Eppure, oscillo su un’altalena tra due opposti, tra due dimensioni della stessa realtà che però non riesco a concepire in una sola persona.

Come posso essere il bianco ed il nero, assieme? Certo, se penso al concetto di Ying&Yang, le mie preoccupazioni dovrebbero cessare di esistere, ma sento un malessere strano al pensiero di non sapere neanche come io sia fatta.

Spesso la gente che mi ha appena conosciuta mi dice: “Giada parli poco.” ed io mi ritrovo a spiegare che è dato solo dalla mancanza di confidenza, e che in poco tempo cambio atteggiamento. Quanto è strano, però? Ogni volta penso, fra me e me: “Chissà cosa penseranno quando mi vedranno esplodere in un fuoco di socialità ed estroversione. Sembrerò una folle.”.

Molte volte mi guardo e ammetto di essere “un tipo particolare” – come mi definisce sempre mio padre – che in pochi sanno inquadrare al 100%, come del resto nemmeno io, e mi ritrovo confusa.

Mi ritrovo scombussolata dalla moltitudine di pensieri e ragionamenti che ogni giorno, in ogni situazione, mi turbinano per la testa e me la disordinano come una stanza in cui sono passati due bambini irrequieti.

Non posso farci nulla, però, perché nonostante io voglia prendere le cose alla leggera, senza preoccuparmi delle conseguenze, il mio cervello è sempre non uno, non due, ma bensì trenta passi avanti rispetto al presente. Ogni azione che compio, è sempre seguita da un’infinità di ragionamenti e collegamenti che si riversano su di me senza che io gli dia il permesso: succede e basta.

Così mi ritrovo a srotolare questo immenso gomitolo di pensieri per trasformarlo in frasi, concetti, o qualcosa del genere.

Tuttora non mi comprendo a fondo, né mi conosco completamente, perché alcune cose ancora mi colpiscono in modi particolari che non mi aspetto, e mi fanno sentire la bambina che ero anni fa, che esplorava ogni emozione così a fondo da restarne scottata, ferita, segnata.

Forse dovrei dare ascolto a quella voce che ancora mi ronza nella testa a volte, che mi sussurra che non posso mettermi in una scatola, darmi una definizione da dizionario, perché non sono mai voluta essere così.

Forse questo è il risultato di tutti i miei sforzi, di tutto il mio impegno nel distinguermi, nel creare qualcosa che fosse solo mio, che gridasse il mio nome.

Eccomi, dunque: complicata, indefinibile, come quelle parole del greco antico che non hanno una traduzione letterale, ma significano un intero concetto.

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