Troppa

Io volevo donarti il mio amore, anche dopo le mille peripezie che mi volevano convincere che non ne sarebbe valsa la pena, non più, non dopo tutti quegli uomini che mi lasciarono indietro. Ero pronta con i muscoli flessi sulla linea di partenza e avrei iniziato una corsa all’ultimo respiro a fianco del tuo cuore, se solo tu me l’avessi concesso. Avevo finalmente cacciato lontano quei timori che dopo la mia ultima storia avevano preso il sopravvento, tenendomi legata in una gabbia di insicurezze. Avevo messo da parte la paura, solo per te. Solo per poter affiancare il mio cuore al tuo. Ci speravo così tanto che la possibilità che non potesse accadere non mi sfiorava nemmeno.

Tu in fondo non sapevi cosa significasse vedere il proprio amore ricambiato, perché ne hai dato tanto ma quel tanto non fu mai abbastanza per quelle per cui perdevi la testa. Così mi ricordo di tutte quelle volte in cui mi raccontasti di donne e tentazioni, di vuote effusioni consumate nascosti dal chiaro di luna. Eravate solo corpi uniti per lo stesso fine, nulla di più: dicevi proprio così. Ero convinta non ti piacesse, che tutta quella finzione ti lasciasse ogni volta più vuoto e più solo, che prima o poi non avresti neanche più provato quel piacere fisico che fungeva come sola motivazione per quegli incontri di mera convenienza.

Io speravo di fare la differenza, di spiccare tra tutte quelle donne a cui sei stato abbracciato senza provare nulla. Mi dicevo che avresti capito che io non ero così, che volevo il tuo cuore prima del tuo corpo, pur con l’eco dei miei timori ad avvilirmi senza pietà alcuna. Immaginavo non aspettassi altro, perché ti eri stancato di quel senso di vuoto, e che il mio amore potesse riaccendere il tuo, ravvivando quel fuoco ormai ridotto a una flebile fiammella. Tu con me sei sempre stato gentile, mi ripetevi che ero una donna da sposare e che coloro che ci furono prima non avevano capito quanto fossi speciale. Quelle per me erano parole di speranza, di conferma ai miei desideri. Magari mi avresti sposata proprio tu: ci pensavo sorridendo al soffitto prima di addormentarmi.

Ci volle tempo prima che io mi lasciassi andare. Tu nel frattempo proseguivi il tuo triste gioco di vuote necessità e donne che sparivano col buio all’alba, come una barchetta di carta alla deriva, inerme di fronte a quelle azioni che ti portavano a condividerci le notti. Era così e basta. Io però non potevo rimproverarti di nulla, perché eravamo entrambi liberi di fare ciò che volevamo, anche se io volevo soltanto te.

Così arrivò quell’uggioso pomeriggio di febbraio. Arrivò e ci tenne vicini, stretti insieme sotto la stessa coperta. Chissà, forse quella che prima di me coprì il corpo di altre decine di donne. Io però non me ne sarei mai andata. Per me contava maggiormente la tua presenza, e non le azioni che compievi facendomi sorridere e spezzandomi il fiato. Quel pomeriggio ti diedi il mio cuore. Quel corpo nudo a cui stavi avvinghiato era solo una conseguenza.

Pensavo fosse facile. Semplice come fu per te spogliarmi. Io ero già innamorata da tempo ed ero convinta che se solo te l’avessi detto e dimostrato, tu avresti finalmente messo da parte quel vuoto per sostituirlo all’amore che tanto ti mancava. Io ero lì per restare. Non ero come le donne che ti spezzarono il cuore, né come quelle che volevano solo la compagnia del tuo corpo. Io ero ben diversa e volevo mostrartelo.

Restammo in silenzio per un po’. Tu mi tenevi stretta al petto e mi sfioravi la fronte con le labbra. Ogni tanto mi davi un piccolo, timido bacio. Le nuvole grigie fuori dalla finestra trasformavano il giorno in notte. Da lontano avanzava un temporale, tuonando. Finalmente presi coraggio e ti parlai. Discussi sottovoce col tuo petto umido, sussurrai direttamente al tuo cuore che volevo amarti e ti avrei dato ogni singola briciola di felicità che sarei stata in grado di trovare. Col corpo mosso da un lieve tremore, ti dissi che ero pronta a mettere quelle vecchie sofferenze da parte, solo per te. Però qualcosa si mosse dentro il tuo cuore e non accettò la mia sincerità, la mia ingenua speranza di condividere con te un sentimento così dolce e genuino. Forse non mi credevi. I tuoni fuori si fecero più vicini e il cielo si incupì maggiormente. Mi raggomitolai su me stessa, stringendomi ancora di più a te, cercando calore. Tu però ti staccasti un po’, lasciandomi a un palmo dal tuo cuore che prima udivo battere e ora non più. Non eri in grado di amare, avevi dimenticato come si facesse. Lo dicesti osservando il cielo scuro oltre il vetro della finestra. Se solo avessi guardato i miei occhi, chissà, forse quel pianto che vi esplose all’interno ti avrebbe mosso qualcosa dentro. Ma non lo facesti. Non mi guardasti più. Pensai che forse ero da sposare, certo, ma non saresti stato tu ad attendermi all’altare. Pensai che, come sempre, è facile dire bontà senza prendersene le responsabilità. Così, senza volerlo davvero, feci la stessa cosa che fecero in tante prima di me: mi alzai, indossai i miei vestiti e me ne andai, nel buio di un pomeriggio che pareva notte. Prima di uscire dalla stanza mi voltai un’ultima volta, sperando di vederti cambiare idea ed espressione, ma tu fissavi il temporale ormai prossimo e nei tuoi occhi vuoti vedevo soltanto solitudine, così grande da non poter accettare ciò che provavo.

Così mi spezzasti il cuore, come prima fecero a te, come prima fecero a me. Quella sofferenza che ci accomunava, a quanto pare, era troppa per farne germogliare un amore.

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