Sott’acqua

Il freddo che stanotte avvolge il lago è il peggiore che abbia mai percorso la mia pelle facendola stiracchiare verso l’esterno in tante piccole montagnette ricoperte di peluria. Nemmeno quella volta che provai a correre scalzo sulla neve appena fuori dal vialetto di casa, provai un freddo tale. Eppure la mia pelle allora si era arrossata così tanto da farmi temere di star guardando direttamente i muscoli nascosti sotto di essa e giurai di non sentire più nulla dalla caviglia in giù. Era un inverno freddissimo, e io ero nel pieno di quell’età in cui non si accettano raccomandazioni da nessuno se non dall’esperienza provata sulla pelle.

Quindi il freddo di stanotte è anomalo, nemico. Non soltanto perché mi fa intirizzire tutto quanto dalla testa ai piedi e perché mi fa battere i denti, ma soprattutto perché è come se mi scrutasse dentro, togliendo uno ad uno tutti gli strati di segreti che avvolgono il mio cuore. Poi c’è questa nebbia fitta accasciata sulla superficie dell’acqua, bianca come l’abito di una sposa e simile in tutto e per tutto al vestito di una principessa addormentata che ricopre il letto su cui giace immobile. L’acqua non è ghiacciata, ma non si muove e una persona che guarda il lago distrattamente direbbe che ci si potrebbe pattinare sopra. Al di là della sponda a nord, si vedono appena le sagome delle case del paese, da cui si scorgono ancora meno chiaramente le luci provenire dalle finestre e il fumo che sfugge ai comignoli e diventa nebbia, oppure la nebbia stessa che si fa strada nelle case proprio attraverso quelle che da qui paiono piccole antenne di mattoni. Lungo il resto delle sponde del lago invece, non c’è che erba e fiori di campo, sparsi in giro disordinatamente come le biglie quando cadono dalle mani di un bambino distratto e rotolano ovunque. Anche sopra questo manto erboso, la nebbia sta accasciata in un tenebroso riposo.

In estate questo lago è la meta che io e i miei amici preferiamo in assoluto, più delle discoteche dai pavimenti appiccicosi dove si accalcano i nostri coetanei e delle giostre fuori dal paese. Noi veniamo qua e facciamo il bagno, peschiamo, prendiamo il sole sdraiati sull’erba che in quel periodo è tiepida e coccola le membra, giochiamo a rincorrerci, beviamo birra ghiacciata e parliamo, ci raccontiamo storie. Quella che ricorre spesso, raccontata sempre dal mio amico Gio che abita fuori dal paese nella cascina che un tempo era dei suoi bisnonni, riguarda una ragazza scomparsa. Anni fa, quando i nostri genitori avevano la nostra età e le nostre stesse abitudini, si avventurò lungo le sponde del lago di notte, per schiarirsi le idee dopo una furiosa lite col fidanzato, e venne catturata da un mostro marino che la trascinò verso le scure profondità del lago. Effettivamente quella primavera una ragazza scomparve davvero e le ricerche proseguirono per settimane, straziando sempre di più il cuore dei poveri genitori. Ovviamente venne indagato il famoso fidanzato ma non avevano prove per incriminarlo e aveva anche un alibi di ferro. Venne anche scandagliato il fondale del lago ma non si trovò nulla, nemmeno il famelico mostro che avrebbe rapito la ragazza. Il caso venne archiviato e i genitori rimasero tutta la vita in attesa che un giorno la loro piccola tornasse a casa, cosa mai accaduta. Insomma Gio era fissato con questa benedetta ragazza del lago e quando si annoiava ci ripresentava la storia plasmandola come meglio credeva e aggiungendo dettagli che anche un sasso avrebbe riconosciuto come falsi. Però Gio si divertiva e noi ci divertivamo ad ascoltarlo ogni volta.

Questa sera quel farabutto, pieno di birra come un barile e fuori come un balcone, ha deciso di fare una scommessa con me: se fosse riuscito a bere cinque shot in meno di 2 minuti senza vomitare, io sarei dovuto andare al lago e stare lì mezz’ora, da solo. Perché proprio io? Perché aveva deciso di raccontare per la centesima volta la storia della ragazza del lago e io mi sono mostrato “decisamente scontroso” nei confronti della sua ricca e soprattutto inedita narrazione. Ho bevuto anche io e il gin mi rende particolarmente onesto: mi ero rotto le palle! Con mia grande sorpresa, Gio si è scolato quei maledetti cinque shot in meno di 1 minuto e ha cambiato la sua scommessa: la fatidica mezz’ora è diventata un’ora.

Dunque eccomi qui. Saranno passati sì e no una ventina di minuti, e posso dire con certezza che il lago, in pieno inverno, mi mette i brividi. Non sono un bugiardo, non mi gonfio il petto battendoci un pugno sopra per mostrare qualcosa che non ho, se provo paura o inquietudine lo dico. Difatti è così: mi sento un po’ strano. Sarà la nebbia, saranno le case velate di mistero laggiù, sarà questo freddo polare che mi pare dieci volte peggiore di quello che provai quella famosa volta della corsa nella neve, sarà la suggestione di tutte queste cose mischiate all’alcool che ho in corpo. Magari è anche quella stupida storia della ragazza. Qualunque cosa sia, non mi piace e mi fa anche un po’ arrabbiare, perché sto buttando via un’ora di una serata che stava procedendo bene. Tutto per colpa di quell’idiota di Gio, non ci posso credere. Mi sono fatto raggirare come un imbecille. Stupido alcolizzato di un Gio.

Però devo pur sempre far passare il tempo no? Guardo l’ora: l’una in punto. Dunque sono passati 25 minuti, va bene. Questo freddo pazzesco è la cosa che mi disturba maggiormente tra tutto, quindi mi decido a farmi una bella passeggiata intorno al lago, per scaldarmi un po’. Camminando mi rendo conto che i miei piedi sono di ghiaccio e non sento già più le dita. Tutto per colpa di Gio. Me la pagherà prima o poi. L’erba è bagnaticcia di rugiada e i fiorellini sembrano annegare tra la nebbia che li sfiora appena e il freddo che li avvolge avidamente. Non vorrei essere al loro posto. Guardo il lago: è incredibile pensare che una cosa che ora pare così oscura e nemica, d’estate sia il luogo più felice e paradisiaco che si possa immaginare. Forse non è colpa sua, ma del tempo bislacco che contraddistingue questa zona. In ogni caso, mi sembra assurdo. Forse lo vedrò sotto una luce diversa la prossima estate, chissà. Sicuramente, se mai dovessi vincere una scommessa con uno qualsiasi di quei tonti che chiamo amici, la penitenza sarà proprio questa.

Cammino e cammino, fino a percorrere circa metà della strada che mi separa dal punto da cui sono partito e, guardando l’orologio, noto la lancetta ferma nello stesso punto di prima. A meno che io non abbia sviluppato una velocità che fa un baffo a quella della luce, c’è un problema col mio orologio. Non solo mi sto congelando le chiappe, ma mi si è anche rotto l’orologio: è incredibile! Gio quanto me la pagherà, quanto me la pagherà! Decido allora di controllare il cellulare, anche perché voglio tornare dagli altri e devo far passare questa stupida ora. Anche qui, sullo schermo luminoso che fende la nebbia che mi circonda, l’una in punto. Ammetto di provare una certa inquietudine. Va bene tutto, ma queste cose da film horror di serie B non le accetto proprio a cuor leggero. Dunque mi decido a terminare il mio giro del lago a passo svelto, ormai convinto di fregarmene della stupida scommessa e degli stupidi orologi fermi. Ma cosa ci sto a fare qui? Mi sento di un’idiozia disarmante.

Arrivo finalmente al punto da cui sono partito e tiro un sospiro di sollievo, mentre una piccola nuvola chiara abbandona le mie labbra e si mescola alla nebbia che ora occulta completamente le case in lontananza. Che brividi. Mi giro e inizio a camminare verso la birreria dove stavo con gli altri, ma mi fermo poco dopo. Mi è sembrato quasi di sentire i miei passi amplificati. Come se le mie suole fossero più pesanti o l’erba più bagnata. Non so, è strano da descrivere. Come se… fossimo in due. Certo, adesso esce il mostro del lago e mi mangia, va bene, come no. La suggestione gioca terribili scherzi, e anche l’alcool non è da meno. Non ci sono rumori strani. Riprendo a camminare. Ecco, di nuovo quella sensazione. Oddio, speriamo che Elia non mi abbia buttato qualche pasticca delle sue nella birra. Lo ammazzerei, giuro, gli ho detto cento volte che non deve azzardarsi! Mi ritrovo nuovamente fermo, come un manichino. Mi sento così stupido! Mi volto, di scatto, e non vedo altro se non nebbia e desolazione. Ecco, ho ufficialmente vinto il premio “miglior idiota del pianeta”. Riprendo il mio cammino per la terza volta, bestemmiando a bassa voce come se volessi scaldare l’aria con l’ira che provo. Dopo un’altra manciata di passi, sento qualcuno fare il mio nome, sottovoce. Giuro, l’ho sentito davvero. Ecco: un’altra volta! No no, non ci sto assolutamente! Inizio a correre perdendo l’equilibrio qua e là sull’erba umida, quando a un certo punto sento qualcosa afferrarmi per la spalla destra e scaraventarmi a terra, con una violenza inaudita. La mia faccia sbatte sul terreno, riempiendosi di fango e formiche che iniziano a salirmi lungo il collo e s’insinuano sotto il giubbotto e lungo la schiena. Provo un terrore mai provato prima e, come alzo la testa dalla fanghiglia, vedo di fronte a me la nebbia infittirsi sempre di più fino a nascondere ogni cosa. Ogni cosa! Provo a rialzarmi, ma sento un peso enorme tenermi giù, con così tanta forza che fatico a respirare. Percepisco il panico montare dentro di me, mentre i miei polmoni fanno sempre più fatica ad espandersi per acchiappare dell’aria preziosa da trangugiare, e io mi sento quasi svenire. Mi si offusca la vista, poco a poco, e non riesco a muovere nulla se non gli arti e la testa. Mi dimeno con tutte le mie energie, ma il mio petto resta incollato al terreno, premuto con forza sull’erba gelata. Forse mi sono rotto il naso, perché sento qualcosa di liquido percorrermi il viso sollevato a mezzo centimetro dal terreno. Non voglio morire, Dio non voglio morire! Provo a urlare ma non mi esce più di un sibilo, mentre l’ansia si impossessa sempre di più del mio cervello annacquandolo di paura. D’improvviso sento il peso sulla mia schiena scomparire, come per magia, e io non ci metto né due né tre a sollevarmi da terra. Mi rannicchio mettendomi in posizione prona e alzo la testa per guardarmi di fronte, pronto a scattare verso la mia meta. Ecco che vedo ciò che pare la rappresentazione fisica di tutte le paure che si possano immaginare: di fronte a me sta quella che, nel mio delirio, penso essere la famosa ragazza scomparsa: una donna in avanzato stato di decomposizione, vestita con un abito scuro ricoperto di alghe e pieno di buchi che lascia intravedere la cassa toracica cava e piena di vermi grandi quanto un dito, col viso quasi ridotto all’osso contorto in una smorfia demoniaca e i capelli radi lunghi fino in vita, da cui le budella nere pendono fino a un soffio dal terreno. Attorno a lei, una pozza di sangue bollente che gorgoglia e s’espande a macchia d’olio verso tutte le direzioni, la mia compresa. Provo a urlare mentre indietreggio trascinandomi con le mani e i piedi all’indietro, ma quel mostro allunga un braccio marcio verso di me e mi afferra per la gola, stringendo forte sulla mia carotide, tanto da farmi rimbombare nel cranio i battiti accelerati del mio cuore. Cosa succede? Non voglio morire! Non voglio morire! La donna si mette a correre, o forse fluttua nella nebbia, tenendomi a pochi centimetri dal terreno e ben dritto di fronte a sé. In una manciata di secondi mi scaglia verso la superficie del lago e mi segue tuffandocisi dentro. Una volta lì sotto, mi riafferra per il collo e mi trascina giù, giù, verso l’oscurità più nera. Non vedo più niente. Non respiro, non respiro, mi sento morire, scomparire in una bolla d’ossigeno che si schianta sulla superficie dell’acqua. Un mare di pece e silenzio mi avvolge.

Mi sveglio, di colpo. Allungo la mano verso il punto in cui dovrebbe trovarsi la lampada sul mio comodino e accendo la luce: ecco la mia stanza, i piedi del mio letto, l’armadio, la scrivania, la finestra con le imposte serrate. Mi sento in affanno e col fiato corto, sono fradicio di sudore e tremo dalla paura. Dio, era solo un sogno. Uno stupido sogno. Faccio quattro lunghi respiri. Mi tranquillizzo. Non so che ore siano, ma fuori sta per sorgere il sole. Sento la gola secca, così decido di affrontare la penombra e andare a prendere un bicchiere d’acqua in cucina. Mi metto a sedere sul letto e appoggio i piedi scalzi in terra, mentre guardo la finestra. Li sento inumidirsi. Com’è possibile? Guardo il pavimento: è ricoperto di una strana acqua stagnante e verdognola. Ma cosa succede? Sto ancora sognando?

La porta della camera si spalanca, e nella penombra tetra della stanza appare la stessa donna del mio sogno. Ora però pare più reale che mai e la puzza atroce di decomposizione riempie la stanza. Non è possibile, è un sogno ancora più realistico del precedente, ma resta un sogno, non è vero? Deve esserlo, è un sogno! Chiudo gli occhi e apro la bocca con l’intenzione di urlare, ma ne escono solo vermi e insetti, che si riversano sul mio corpo e sul letto. La mia camera in un attimo diventa una stanza asettica, e non vedo nient’altro che una luce bianchissima.

“Signori, il corpo non è in buone condizioni. Lo abbiamo trovato poche ore fa e se vostro figlio è scomparso da dieci giorni, questo significa che il corpo è stato sott’acqua per tutto quel tempo. Siete sicuri di volerlo vedere? Magari la Signora vuole…”

“Sono sicura. Alzi il telo, devo vedere se è mio figlio.”

“Certo… Ecco.”

“Io non… non ci posso credere…”

“Confermiamo, è nostro figlio. Cara, cara su andiamo via… non c’è bisogno di guardarlo più a lungo, su, andiamo…”

“Se l’è portato via il lago… io lo sapevo che era vero, lo sapevo che era vero!”

“Non fare così amore, stai tranquilla… non è nulla di tutto ciò, ci sarà caduto, avanti… andiamo.”

“I risultati dell’autopsia arriveranno a giorni, vi contatterò io.”

“Grazie, grazie mille. Andiamo tesoro, su, andiamo.”

“Aveva i lividi sul collo cazzo! Aveva i lividi sul collo… qualcuno ce l’ha gettato, qualcuno se l’è preso e ce l’ha gettato!”

“Amore… io… dobbiamo aspettare i risultati, può essere qualsiasi cosa… adesso andiamo, ti prego, non farti questo. Andiamo… Grazie ancora, attendiamo la sua chiamata.”

“Certamente, sarà mia premura farvi avere i risultati quanto prima. Vi saluto.”

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