L’ombrello di Marta

Sta iniziando a piovere. Strano, c’era un bel cielo fino a poco fa e il sole sfilava sorridendo sulle facciate dei palazzi.

La pioggia non mi disturba. Non sono una di quelle persone che si fa condizionare dal meteo. Oggi in particolare, un bell’acquazzone non mi dispiacerebbe affatto. Ha fatto caldo tutto il giorno e la pioggia estiva mi porta sempre alla mente dei bei ricordi.

Come il mio primo bacio: che momento magico. Avevo da poco compiuto 16 anni ed uscivo con una bella ragazza di nome Marta all’epoca. Ci eravamo conosciuti a scuola: lei era della sezione C, di fronte alla mia aula, e spesso ci incontravamo durante l’intervallo. Nessuno dei due poteva vantare una lunga lista di amici con cui passare il tempo, così ci tenevamo compagnia a vicenda. Poi, col passare dei mesi, sbocciò l’amore.

Un giorno d’agosto, in uno di quei pomeriggi in cui la città pare deserta e ad abitarla è solo il caldo afoso, stavamo appollaiati su una panchina al parco quando venimmo investiti da un temporale. Così, all’improvviso, proprio come oggi. Era una pioggia sottile, impercettibile, ma ben presto inzuppò i vestiti ad entrambi. Come prima reazione, Marta iniziò a ridere, con le mani ed il viso rivolti al cielo. Sembrava una bambina che vede la pioggia per la prima volta. A me batteva forte il cuore e desideravo soltanto darle quel bacio che tanto agognavo e da tempo mi occupava la testa, di giorno come di notte.

Quando feci per avvicinarmi un po’ a lei, Marta si girò di scatto verso la sua borsa ed iniziò a frugarci dentro. All’inizio pensai che non mi volesse. Sentii il mio cuore incrinarsi, in quell’attimo. Mi immaginai una crepa sottile fare capolino sulla sua superficie lucida, come quella che si formò sulla finestra della mia vicina quando a 12 anni ci lanciai un sasso contro, per vendicarmi di un dispetto che nemmeno ricordo. Poco prima che quella crepa si trasformasse in una voragine, Marta mi sorprese, voltandosi verso di me con un ombrellino viola in mano ed un largo sorriso in viso. Si alzò, con la stessa velocità esplosiva con cui si era girata pochi istanti prima, e corse verso il prato, con l’ombrellino aperto sul suo capo fitto di riccioli bruni.

Girava su se stessa, come una di quelle ballerine in porcellana che stanno nei carillon, solo che Marta al posto del tutù rosa aveva il suo fedele ombrellino viola. Io rimasi ad osservarla qualche istante intontito da quella vista, con la testa tra le mani come un bambino che guarda un nuovo cartone in televisione. Sospirai. Che bella. Poi presi coraggio e corsi da lei: il mio cuore batteva all’impazzata, correndo come i cavalli su cui mio nonno scommetteva sempre. Mi feci spazio sotto il suo ombrellino, che notai ben presto essere pieno di buchi. Venni avvolto da un profumo dolcissimo, come un ricordo da anni dimenticato e che all’improvviso torna al suo posto, come una magia. Per me era l’odore della libertà, anzi, qualcosa di più! Quel qualcosa che ti toglie le parole. E infatti mi sentivo così: impossibilitato a parlare.

Ridemmo di gusto di quella situazione surreale, contagiandoci a vicenda. Eravamo così vicini. Lei rideva e rideva, senza sosta, con gli occhi stropicciati e la bocca che si muoveva a pochi centimetri dal mio viso. Mi sentivo scosso, come quando ci si sveglia da un sogno splendido: c’è quell’emozione dolce che percorre il corpo dalla testa ai piedi, ma allo stesso tempo vi si fa strada una strana inquietudine, quasi una nostalgia. Ero preoccupato che potesse rifiutarmi, così tanto da sentirmi fuso al terreno in quel preciso punto del prato. Poi però la presi per i fianchi, delicatamente, quasi avessi timore di romperla, e la feci roteare assieme a me un paio di volte. Mentre io mi sentivo bollire d’imbarazzo, le sue risate s’interruppero: mi stava sorridendo.

Eccola lì, la mia occasione. La prova finale. Mi lasciai andare e la baciai. In quell’istante, nel preciso momento in cui le nostre bocche s’incontrarono, una goccia di pioggia si fece strada attraverso uno dei buchi nell’ombrellino e si schiantò sulle nostre labbra, intrecciate in quell’indimenticabile mio primo bacio. Lo presi come un segno. Un saluto del cielo, una pacca sulla spalla. Stavo così bene. Mi sentivo leggero come una piuma.

Con Marta fu amore, un amore intenso e reale. Andò a gonfie vele per 2 anni, dopo i quali le nostre strade si divisero. Non finì in modo brusco, non c’è rancore né astio tra di noi, ed io la tengo ancora stretta nel cuore. A dire il vero, ogni volta che piove mi viene in mente lei. Spesso mi domando che fine abbia fatto il suo ombrellino: finché fummo fidanzati, mi ricordo che lo teneva sempre con sé, con estremo affetto, nonostante fosse pressoché inutile. Chissà se ne avrà comprato uno nuovo, ora.

Magari invece, quell’ombrello è il suo modo di ricordarsi di me, come per me lo è la pioggia.

Sta venendo giù proprio un bell’acquazzone. Meglio che mi metta a correre se non voglio inzupparmi, che io di ombrelli con me non ne ho mai avuti.

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