Confessione

Lui non ne sapeva niente di niente.

Non gli ho mai detto cosa provassi davvero, non gli ho mai confessato quante volte lo pensassi e quante altre volte gli avrei voluto stringere la testa al petto, facendogli sentire il mio cuore correre veloce, solo per lui.

I suoi occhi erano come una secchiata d’acqua gelida per me: lasciavo tutto, ogni pensiero ed ogni azione che stavo compiendo si riducevano in polvere ed io non vedevo che quel viso pallido che brillava di una luce speciale. Un bagliore di vita, di pure felicità, che non aveva pretese.

Ogni volta che parlavamo sentivo il mondo girare al contrario. Come posso descriverle cosa si prova? Lei ha mai amato? Amato davvero, intendo. Quella sensazione che ti rivolta le budella e ti gonfia il cervello d’aria fino a cancellare ogni pensiero, ogni opinione, ogni ricordo. C’è solo amore.

Ma lui non sapeva niente. Lui non sapeva il mio cognome, e forse a malapena si ricordava il mio nome. Però era così gentile, così altruista. Si fermava sempre in corridoio se l’approcciavo, scambiava volentieri due parole con me. Con me, capisce? I suoi amici si allontanavano, dandogli appuntamento al solito posto fuori scuola, e noi restavamo a parlare. Come mi batteva il cuore, lei non può immaginarselo.

Poi aveva un profumo. Sembrava di entrare in paradiso. Io non lo so che odore abbia il regno celeste, ma mi immagino abbia il suo stesso profumo. Forse era colpa del mio amore incondizionato? Forse era colpa delle mie speranze. Io avrei voluto soltanto donargli il mio cuore. Farglielo tenere tra le mani. Farglielo abbracciare forte.

Mi sono sempre immaginata di baciarlo. Chi non l’ha mai fatto, in fondo? La sera quando spegnevo la luce mi appariva il suo viso nel buio. I suoi occhi cerulei, il suo naso fino ed elegante, le sue labbra carnose, così invitanti. Fantasticavo sulla loro morbidezza, sul brivido che mi avrebbe dato sfiorarle con le mie. Fantasticavo, certo che fantasticavo, come la principessa rinchiusa nella sua torre che aspetta il principe azzurro.

Io sono romantica. Troppo, forse. Pensavo che lui sarebbe stato così fortunato ad avermi. Chiunque lo sarebbe stato, ma lui in particolare, perché io lo volevo più di ogni altra cosa. Deve essere bello, sentirsi desiderati. Sapere che c’è qualcuno là fuori che ci pensa e ci brama come si fa col proprio piatto preferito dopo tanto tempo.

Ma lui non sapeva nulla. Non so se l’avesse capito, ci ho sempre sperato, ma non so se ci fosse mai arrivato. Ma che senso aveva parlarmi? Lui alimentava le mie speranze. Sciocche forse, magari lei pensa così, ma erano reali. Le sentivo alimentarsi dei miei sorrisi, dei miei sospiri rivolti alle sue spalle quando mi salutava per raggiungere gli amici, delle mie lacrime a pensarlo così lontano da me. Non sono pazza. Sono solo innamorata, deve credermi.

Ora penserà che io sia stata una codarda, tutto quel tempo. Avrei dovuto agire, non è vero? Perché non gli ho confessato il mio amore? Sono una bella donna in fondo. Leggo tanto, faccio sport, mangio sano, ho sempre una battuta pronta in tasca. Però l’amore ti scombussola tutto. Al suo fianco mi sentivo l’ultima degli ultimi. La più brutta, la più antipatica. Quella che non si frequenta perché è strana. Ma io di strano non avevo nulla! Era quell’amore così forte a scuotermi tutta!

Lui avrebbe dovuto amarmi, dopo un po’. Per mesi abbiamo parlato, per mesi mi ha sorriso accennandomi un saluto in corridoio, per mesi io l’ho pensato abbracciato a me sotto le stelle. Forse anche lui provava lo stesso, no?

Altrimenti perché era così caldo, perché era così morbido al tatto? Perché i suoi occhi chiari si sono immobilizzati sul mio viso, spalancati in quell’espressione attonita, ingessata in quel bellissimo sorriso incredulo? L’ho sorpreso, lo so. Mi sono dichiarata col botto, così ero sicura di conquistarlo per sempre. E infatti così è stato!

Ora le spiego. L’avevo invitato a studiare da me. O meglio, avevo bisogno di ripetizioni di geometria. Ho mentito, lo so, io sono bravissima nelle materie scientifiche, ma non ce la facevo più. Dovevo stare sola con lui. Insomma un giorno gli ho proposto questa cosa. Come mi tremavano le gambe, e quanto forte mi batteva il cuore! Mi sentivo completamente ribaltata, lo giuro. Stavo uscendo dal guscio! Me l’aveva detto la signorina della consulenza scolastica, che avrei dovuto prendere coraggio. Sono bella, no?

Lui ha accettato. Si è spostato una ciocca di capelli bruni dagli occhi e mi ha sorriso, accettando. Ha accettato, si rende conto? Ero su di giri. Anzi, ero in tilt totale, a momenti mi dimenticavo come si respirasse.

Due giorni dopo, quando ha finalmente suonato alla mia porta, non potevo più reggere l’emozione. Come si fa? Avevo finalmente sull’uscio di casa l’uomo che desideravo da mesi, forse da tutta la vita, inconsciamente. Io non ero più quella strana, capisce? Forse no, non può farlo. Però è una sensazione così dolce, così leggera. Come lo zucchero filato! Le auguro proprio di provarla, prima o poi.

Lui è sempre stato gentile, ma quel pomeriggio a casa mia… era più che gentile. Mentre mi spiegava le regole che già conoscevo perfettamente, in me montava la voglia di baciarlo. Volevo assaporare le sue labbra, quelle morbidissime estremità rosee che si muovevano a ritmo del battito del mio cuore. Non desideravo altro. L’avrei voluto stringere forte a me, premere il mio petto contro il suo, intrecciare le mie gambe alle sue, appoggiare la mia testa alla sua. Avrei voluto accarezzargli i capelli, giocare con quei riccioli scuri, specchiarmi nei suoi occhi invitanti.

Mi perdoni, a parlarne mi emoziono ancora, dopo tutti questi anni. Il punto era che non volevo se ne andasse. Il tempo passava così in fretta, troppo maledettamente veloce. Qual’era il modo per tenerlo lì, seduto alla mia scrivania, nel mio salotto? Non c’era nessuno in casa, avremmo potuto fare qualsiasi cosa… qualsiasi. Però sembrava pensare ad altro. Che sciocco, all’inizio pensavo non gli piacessi. Ma cosa mi passava per la testa, giusto? Era lì! Era venuto a studiare da me, il sabato pomeriggio! Voleva dire qualcosa, per forza.

Però poi sono arrivate le 6. Lui ha iniziato a mettere via le sue cose, a chiudere libro e quaderno. Mi sorrideva, mi chiedeva se avessi capito tutto. Che gentile. Speravo che da un momento all’altro mi baciasse, che mi stringesse a sé e poi mi sdraiasse sul tavolo, proprio lì dove ho fantasticato tante volte di fondermi a lui.

Ma nulla. Ha preso il suo zaino, se l’è caricato in spalla, e si è avviato alla porta. Mi ringraziava dell’ospitalità, mi ripeteva di fargli sapere poi come sarei andata nella verifica che avrei dovuto fare. Così gentile, così premuroso. In quella luce che entrava dalla finestra e lo abbracciava, ero così bello. Troppo bello. Chiunque, là fuori, se ne sarebbe potuto innamorare. Ma lui doveva amare me. Voglio dire, ero quella giusta, chiaramente quella giusta.

Non poteva andarsene così, non volevo se ne andasse. Avrebbe potuto incontrare occhi più belli dei miei, e se ne sarebbe potuto innamorare. A me poi cosa sarebbe rimasto? Lei cosa avrebbe fatto? Si sarebbe fatto scappare l’amore della sua vita? No, è da sciocchi. Da schiocchi e da codardi.

Allora ho deciso che l’avrei amato, e lui avrebbe amato me. Però dovevo convincerlo a restare, giusto? Gli ho proposto di fermarsi a cena, ma lui aveva altri programmi. Chissà con chi. Ho sentito una strana gelosia percorrermi il corpo. Non lo sono mai stata, prima di quel pomeriggio. Speravo mi amasse, ma non lo avrei mai obbligato. Quel pomeriggio però… insomma si era esposto. Mi aveva fatto capire che gli piacevo anche io, venendo a casa mia. Altrimenti che senso aveva? Lei sarebbe mai andato a casa di qualcuno che non le piace? Non credo.

Allora non capivo. Ero gelosa, sì, perché quella sera sarebbe uscito e chissà cosa sarebbe successo. Pensavo ad altre possibili donne, ad altre donne che l’avrebbero potuto portare via da me. No, no non sarebbe potuto succedere.

Allora l’ho abbracciato. Poi ho trovato il modo di farlo restare. In quel secondo che mi ci è voluto per convincerlo, la sua espressione era un quadro cubista. C’erano così tanti colori, così tante emozioni diverse. Mi sono sentita quasi un’artista. Avevo creato l’amore, avevo trovato il modo di farlo trasparire sul viso di qualcuno, sul suo corpo.

Una volta estratto il coltello da sotto il suo mento, cadde in terra, come un sacco di patate. Finalmente lo avevo ai miei piedi. Finalmente potevo stringerlo, abbracciarlo, baciarlo. Finalmente saremmo stati solo noi due. Non parlava più, ma non ce n’era più bisogno. Aveva un sorriso sorpreso in viso, come le ho già detto. Era un’espressione strana, ma mi dava una certa eccitazione. Non mi aveva mai guardata così.

Poi lo baciai. Non faccia quella faccia, suvvia, lo desideravo da così tanto. L’ho abbracciato a lungo, sul pavimento in parquet che s’impregnava della sua vita. Tutto aveva un profumo particolare. Non era più il suo, quello che ricorda il paradiso, ma sapeva di qualcos’altro. Forse era l’odore dell’amore? Ci ho pensato tanto in questi anni. Forse è proprio così.

Molti dicono che io ci abbia anche fatto l’amore, ma questo lo lascio alle voci di corridoio. Queste sono cose private, non oso parlarne, non è rispettoso nei suoi confronti. Lei andrebbe in giro a dire cosa fa con sua moglie nella sua camera da letto? Non credo proprio.

Poi insomma, il resto lo sa. Lo sanno tutti, è qui per questo no? Per dare ancora una volta motivo per parlare di me. Se il mio reato è stato amarlo, allora sono colpevole! Colpevole, colpevole, colpevole!

Ma lo sa anche lei, lo leggo in quei suoi occhietti scuri, lo sa anche lei che ero quella giusta per lui. Sono sempre stata un buon partito.

Lui non ne sapeva niente di niente. Ma adesso lo sa, mi creda, lo saprà per sempre. E mi amerà, ovunque lui sia, almeno la metà di quanto lo amo io, da qui.

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