Tramonto alla scogliera

Il crepuscolo piano piano avanzava in silenzio, portandosi dietro uno strascico di soffici nuvole rosee, passeggiando su un’audace pennellata violacea. Dalla finestra della mia camera, posta al piano più alto del vecchio faro in cui i miei nonni costruirono la loro casa una settantina di anni prima, osservavo il tramonto muoversi, contorcersi e danzare lungo l’orizzonte.

Non ero di buon umore. In quel periodo, per me era difficile trovare un modo per sorridere, per lasciarmi andare a una risata. Così tutti i giorni sembravano uguali, disfacendosi in un unico pantano denso di malessere. Mi sentivo estranea a quel corpo e soprattutto a quella mente, come se ciò che mi ferì in passato mi avesse sottratta a me stessa. Così ero triste, inconsolabile.

Il mondo pareva più rumoroso del solito, nonostante il canto del mare e i garriti dei gabbiani che vorticano in cielo mi avessero sempre trasmesso una calma incredibile. Quel giorno, però, il mondo sembrava gridare, mentre batteva i pugni sul mio cranio e scuoteva le fondamenta della casa. Sentivo ronzii di pensieri pesanti e vedevo immagini di ricordi amari, mentre la mia testa poco a poco si riempiva di nebbia, una nebbia appiccicaticcia che mi teneva incatenata alla mia inspiegabile sofferenza. Avrei voluto urlare.

Poi esplosi, saltando in piedi tutto ad un tratto. Non ce la facevo più. Uscii dalla mia camera e percorsi le scale correndo fino a piano terra. Da lì, con gli occhi carichi di pioggia, partii verso l’orizzonte, verso il punto più isolato della scogliera, che in quel momento mi sembrava il luogo più adatto dove cercar pace.

Correvo, correvo a perdifiato inseguendo quello splendido tramonto che mi aveva commossa poco prima. Oppure era lui a inseguire me? Vedevo le sagome dei colli e delle case da un lato, mentre dall’altro si stagliava elegante il mare, con i guanti in velluto bianco e gli occhi cerulei: un’immensa vastità d’acqua che rifletteva i colori ammalianti del finir del giorno. Non c’era nessun rumore, nessun ronzio prepotente, ma solo il suono ipnotico della danza delle onde e dei miei piedi a contatto col terreno polveroso.

Corsi per un bel po’, senza voltarmi indietro e ignorando il fiatone che minacciava di portarmi allo svenimento. Nel frattempo, il crepuscolo plasmava il cielo come più desiderava: disegnava una nuvola rosa, poneva una spruzzata scarlatta in lontananza e lasciava che una pennellata ambrata si intrecciasse ad una spessa linea lilla lungo l’orizzonte. Quella vista mutava ogni secondo, influenzata da una piacevole brezza rinfrescante, e finì col farmi emozionare. 

Una volta raggiunta la mia meta, ovvero il punto più lontano possibile da tutto e tutti, mi sedetti su una roccia simile ad una panca. Avevo il fiato corto e il mio petto si gonfiava e sgonfiava ritmicamente, in fretta, mentre la mia bocca rimaneva aperta annaspando in cerca di ossigeno e aria buona da trangugiare. Ecco che così, seduta là dove gli ultimi secondi del sole bucavano gli occhi, iniziai subito a sentire il tepore di quella tanto desiderata calma corteggiare il mio cuore malandato.

Dopo qualche minuto, c’era il silenzio più assoluto. Un silenzio denso, che mi si infilò nel cranio tentando di guarirmi. Pensai che ci provarono in molti in passato, ma senza successo alcuno. Quel silenzio purtroppo, nonostante la vista mozzafiato che mi omaggiava con la sua bellezza di dama di corte, non mi guarì.

Stavo lì seduta su quella roccia dura, combattendo tra quel senso di pace invitante e quel peso che sentivo all’interno del mio cranio, avvinghiato attorno al mio cervello. Con lo sguardo infilato nella trama di quel crepuscolo tanto poetico, pensavo. Non potevo farne a meno. Riflettei sul fatto che il tramonto sia uno specchio della vita e delle nostre emozioni: se lo si guarda pieni di speranza, lui rifletterà la gioia di vivere nella dolcezza dei suoi colori, ma se lo si osserva col cuore in frantumi, lui trasformerà quel momento nell’inevitabile vittoria delle tenebre sul giorno.

Io però, come stavo? Provavo uno strano miscuglio di emozioni bollenti che mi ferivano a morte, portandomi a distruggermi in silenzio. Stavo su quella scogliera, nel suo punto più isolato, circondata dalla natura nel suo momento più magico, eppure non mi sentivo bene. Percepivo solo un grande vuoto. Cos’avevo dunque di fronte agli occhi? In che modo quel tramonto rifletteva le mie emozioni?

Rimasi lunghi minuti in silenzio, col capo abbandonato alla gravità tra le mie mani, ad interrogarmi. Intanto, i colori vivaci che dipingevano il cielo a strati andavano affievolendosi per intensità, così come le mie energie. Ero stanca. Psicologicamente, fisicamente.

Però eccola lì, la mia risposta: lo scorrere del tempo. Era così che mi sentivo. In balìa del tempo e della sua crudeltà. Passavano i giorni e io sentivo di averli sprecati, gettandoli al vento come briciole in mare per i pesci.

In quel momento, quando il sole fu quasi completamente scomparso bagnandosi in mare, capii cosa mi stava divorando con così tanta ingordigia. La confusione. L’insicurezza. Il resto non contava, non è mai contato. C’eravamo solo io e i miei ostacoli da superare.

Versai una lacrima, urlando alla flebile fiammella di sole rimasta sulla superficie dell’acqua. Poi sospirai, cercando di cacciare via tutta quella rabbia, quella delusione.

Il tempo scorre, e la vita non può che seguirlo. Mi ripromisi che al tramonto seguente sarei stata meglio: sarei stata felice del tempo trascorso e avrei avuto la sicurezza di averne goduto, di averlo sfruttato e vissuto al massimo. E se non fosse stato quello seguente, allora quello dopo ancora.

Ad ogni modo, l’avrei inseguito nel punto più isolato della scogliera.

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