Corsa alla vita

Lei così stava: elegante, fiera. Trascinava il suo corpo attraverso la superficie dell’acqua, come una sposa trascina il suo strascico lungo la navata, circondata di fiori, con i brevi passi immersi in un mare di petali. La sua pelle luminosa appariva e scompariva poi tra gli schizzi d’acqua salata e il blu intenso dell’oceano: una visione che fugge all’occhio ma si imprime per sempre nella memoria.


Che bella. Sospiravo a quella vista e mi passavo una mano sulla fronte per cacciare via il sole ed il sudore che mi grondava sulle tempie. Come poteva esistere una donna di una tale bellezza? Era forse una creatura degli abissi, una regina fuggita ad un’antica leggenda? E chi sono io, a confronto? Tutto ciò che ho sempre considerato grande e importante, in quel momento, s’è dissolto come il sole al tramonto si scioglie all’orizzonte. E io non potevo che guardarla: un miraggio che rappresenta qualcosa di perfetto ma irraggiungibile, impossibile da ottenere.


Cosa pensava lei, mentre si lasciava trasportare dalla corrente, o s’immergeva sparendo nell’acqua scura? Cosa provava, quando il sole si nascondeva dietro una nuvola ed ignorava i suoi capelli color del grano?


Io non pensavo che a lei. Non provavo che curiosità, una strana spinta verso la sua pelle scura di sole. Avrei voluto conoscerla, anche se significava uscire dal mio guscio d’imbarazzo che mi ha sempre reso impacciato con le donne. Che vergogna, non riuscire a credere in se stessi, lasciandosi sfuggire opportunità simili.

Poi d’improvviso sparì, sotto la superficie scura dell’oceano. Però non fu come le volte precedenti: fu più violento, come se si fosse lasciata tirare giù da una forza sconosciuta, fatta di braccia invisibili che le afferrarono le caviglie sottili.


Guardavo nei dintorni, sperando di veder riaffiorare quel suo elegante ovale del viso, magari dopo una lunga immersione col fiato trattenuto dentro quelle guance scottate dall’estate. Guardavo, aguzzavo la vista, cercavo quel momento.

Passava il tempo e lei non tornava, non riappariva tra le onde dell’oceano, ed io mi sentivo sempre più scosso. Era come se una strana ansia si fosse impossessata del mio cuore, che batteva velocissimo sotto la mia maglietta rossa.


Non potevo crederci. Sentivo uno strano calore interno bruciarmi le tempie, gli occhi, le guance, l’intero cranio. Non era il sole, ma ben altro: era paura. Irrequietezza. Inquietudine viscerale.
Allora il mio cuore saltò un battito, ed io iniziai a sudare freddo. Era il momento.


Mi sfilai la maglietta, lasciandola cadere in terra, e corsi a tutta velocità verso la riva, scottandomi le piante dei piedi sulla sabbia bollente e graffiandomeli poi con la sottile ghiaia presente sul bagnasciuga. In un attimo, con un grosso tonfo, mi trovai sott’acqua. Con ampi movimenti delle braccia percorsi metri e metri in direzione di quella donna, mentre dentro di me l’ansia si faceva sempre più insistente, sempre più letale per il mio cuore che correva più veloce dei miei pensieri. Non riuscivo a calmarmi, nonostante cercassi in ogni modo di imporre al mio animo inquieto di lasciar andare la presa sui miei nervi tesi e permettermi di pensare lucidamente. Attorno a me: il blu profondo dell’oceano, selvaggio, immenso. I banchi di pesci aprivano un varco al mio passaggio, la sabbia sul fondale ondeggiava al ritmo delle onde, le lame di luce provenienti dal cielo bucavano la superficie dell’acqua e disegnavano eleganti tende bianche davanti agli occhi, trasformando la vista del fondale in un quadro. Una visione tanto poetica, ma oscurata da quel senso di panico che poco a poco s’espandeva a macchia d’olio dentro di me. Il battito del mio cuore era sempre più forte, sempre più forte, ed intanto dilagava in me il timore di non farcela.

Dopo secondi che parvero ore, finalmente vidi quel corpo celestiale che osservavo poco prima dalla riva: i suoi capelli ondeggiavano nell’acqua, in modo tanto elegante da sembrare finto, mentre i suoi occhi chiusi trasmettevano una pace contagiosa, che fa venir voglia d’avvicinarcisi e unirsi a quel riposo intrigante. La osservai, per qualche secondo, incredulo. Il mio corpo s’era ghiacciato, come fosse stato colpito da un incantesimo: non riuscivo a togliere gli occhi da quella figura, quella creatura degli abissi che s’era rubata il mio cuore senza saperlo.


Poi mi svegliai, tornando alla realtà, mentre una grossa bolla d’aria sfuggì alle mie narici e si lasciò trascinare verso la superficie, passandomi davanti agli occhi. Dovevo salvare quella donna, ma stavo solo sprecando tempo in una contemplazione che poteva rivelarsi letale.

Le afferrai un polso, rapidamente, e la trascinai verso la superficie. In un attimo, la bucai col cranio e mi ritrovai fuori, respirando finalmente un po’ d’aria mentre il sole mi prendeva a picconate le tempie. Mi portai la donna priva di sensi vicino, la tenni stretta e ricominciai a nuotare verso la riva. Forza, decisione. Nuotai con tutte le energie che mi erano rimaste, con una determinazione che avevo sperimentato poche volte prima di allora, mentre tra me e me ripetevo che non era finita, non ancora, non poteva essere.


Quando giunsi alla riva, trascinai la donna sulla sabbia, lontana da quelle onde tanto invitanti quanto pericolose. Attorno a me si era già creato un piccolo capannello di persone, incuriosite e spaventate allo stesso tempo. Esseri umani.

Provai a rianimarla, utilizzando tutte le istruzioni che mi avevano insegnato al corso per bagnini. Provai, provai, riprovai fino allo sfinimento e più provavo, più la mia ansia s’avvinghiava sempre di più al mio cuore, stringendo così forte da farmi temere d’essere io quello a cui serviva assistenza.
Non mi arresi facilmente, ma continuai imperterrito a tentare di salvarla. Piano piano, le persone attorno a me diminuirono, allontanandosi circondate da quella strana aura d’inquietudine, di dispiacere immenso. Ci avevano rinunciato. Non potevano continuare a guardare una scena così struggente. Mano a mano che se ne andavano, le mie speranze imitavano quei passi tristi sulla sabbia e poco a poco mi abbandonavano.


Caddi all’indietro, sfinito. I miei capelli venivano colpiti dalle onde, in un movimento ciclico che per un attimo mi portò via da quel luogo. Vedevo solo luci, ombre, sagome confuse. Era forse quello, l’aspetto del fallimento?

Un rumore mi riportò alla realtà. Tornai in me, con un grande sospiro affannato, e mi rimisi a sedere. Davanti a me, la donna aveva cessato d’essere un corpo immobile, ma aveva ripreso a muoversi, a vivere. Stava seduta e tossiva, tossiva forte mentre piccoli schizzi d’acqua salata le fuggivano dalle labbra spalancate, seccate dall’oceano. Poi si passò la mano sul petto, come a massaggiarsi quei polmoni messi a dura prova, quel cuore agitato. Si strofinò gli occhi, tossì ancora un po’ e fece un profondo respiro. Poi un altro, e un altro ancora. Tremava di paura, ma i suoi occhi verde smeraldo erano pieni di gioia, ed io me ne nutrivo a grandi manciate.


Quasi senza pensarci, seguendo il mio istinto, le misi una mano sulla spalla e la rassicurai: era tutto finito. Lei mi sorrise e mi ringraziò. Tanto, tantissimo. Voleva assolutamente ripagarmi in qualche modo e ricambiare il favore. Mentre l’aiutavo ad alzarsi, si presentò e mi disse il suo nome, con un sorriso così luminoso da mettere in secondo piano il sole.

I miei nervi ben presto si calmarono. Il mio cuore riprese a battere normalmente, con quella stessa leggera agitazione che provavo poco tempo prima mentre guardavo la donna nuotare a largo, laggiù nelle acque scure dell’oceano. Ero emozionato, nonostante fossi estremamente affannato. Lei mi guardava ed il suo viso brillava di felicità, come se avesse appena trovato la risposta ad ogni sua domanda, la soluzione ad ogni suo dramma.

Fu quella gratitudine a cambiarmi per sempre. Quelle labbra incurvate in un sorriso che scalda coloro che lo guardano, che ripara ogni ferita e cancella ogni affanno. Avrei voluto rubarle un bacio, realizzando quel piccolo grande sogno che aveva preso a vivere all’interno del mio cuore quel giorno, mentre dalla mia postazione osservavo la sua pelle brillare sotto la luce del sole. Però non ci fu nessun bacio, ma solo un grande, caldo abbraccio. Fu speciale, nonostante tutto. Mi scaldò l’anima e mi diede speranza, coraggio.

Ora osservo la superficie dell’acqua incresparsi, da questo piccolo molo sgangherato. Il sole sta tramontando e io saluto per sempre questa spiaggia. Quante persone che ho conosciuto. Quanti discorsi ho fatto e quanti altri ho sentito mentre passeggiavo tra gli ombrelloni. Quanti sorrisi, quanti schizzi, quante risate condivise in una corsa lungo la riva. Sono passati anni ed ora lascio il mio scettro a qualcun’altro, qualcuno che, come la versione giovane di me, ha l’amore per l’oceano e per la gente insita nel cuore. Saluto un’ultima volta quell’orizzonte agitato che ho osservato per anni, proteggendo le persone di questa spiaggia dalla sua impetuosità imprevedibile. Un po’ come quella donna che salvai tanto tempo fa: pareva tutto così calmo e perfetto, prima di trasformarsi in una corsa alla vita. Lancio un bacio laggiù, dove il blu si mischia al calore del tramonto, e saluto infine anche lei, che mi donò la forza di credere in me.

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