Limbo

Il cielo è a pezzi, bianchi, polverosi. Tessere di un puzzle incompleto. La luce che inonda la vallata sembra esserci caduta per sbaglio, come non volesse tuffarsi dalle nuvole scure per precipitare tra i campi di grano. Come se fosse tutto casuale.

Guarda all’insù e non vede che disordine. Una confusione che dal suo cuore diroccato s’espande fino all’orizzonte e oltre quella linea opaca che all’alba brucia i contorni dei monti. Disordine e niente di più. Come se la vita non fosse più la stessa, come se ogni momento fosse scandito da quella lacrima che dallo zigomo scivola sul suo ginocchio, a cui appoggia il viso stanco. Poi s’inzuppa i polpacci, i piedi, come il prato in autunno, abbandonato a se stesso dai villeggianti che restano nella loro città.

Gli pare quasi d’essere morto. Sospeso in una strana pasta appiccicosa che lo tiene legato al mondo ma gli sottrae ogni sentimento, sostituendolo con un fiume di lacrime, di silenzio, di disperazione. Guardare il cielo gli brucia gli occhi, ma dubita sia reale. Dubita che il mondo sia lo stesso, che esista davvero. Si sente solo, disperso, morto. E se il suo cuore si fosse fermato qualche mese fa, senza accorgersene, e questo fosse il limbo in cui è destinato a restare, vagando in cerca di una risposta?

Prova ad asciugare le lacrime calde dal suo viso con il dorso della mano, ma c’è sale ovunque ormai e le sue gambe sono lucide di tristezza. Neanche questo pianto pare reale, allo stesso modo del vento che lo fa rabbrividire ma non gli smuove nulla dentro, nulla. Resta solo un vuoto profondo che non può essere riempito, che anzi s’allarga a dismisura ed inghiotte ogni rumore, ogni sensazione, ogni pensiero.

Resta un oblio, e la luce bianca che s’è gettata sulla vallata spinta da un soffio di vento, da un grido di chi sta oltre le nuvole, da quella stessa amarezza che l’attanaglia e lo soffoca. Chissà.

Lui però si sente spegnere. Sempre di più. Che come può morire se si sente già un pezzo di legno, un pezzo di carne gelata nascosta sotto terra? Questo mondo non è più lo stesso, né lo fa sentire umano. Tutto attorno a lui sembra una messinscena, un palco organizzato appositamente per illuderlo di star vivendo davvero, mentre in realtà è tutta finzione. Un triste spettacolo a cui è costretto ad assistere, e nel quale non vuole recitare.

Urla al cielo. Le lacrime continuano imperterrite a squarciargli gli occhi e rigargli le guance, come fosse l’unico modo di vivere. O di morire. Urla al cielo ma quel puzzle incompleto non lo ascolta, non lo consola. Ci sono solo nuvole in pezzi, illuminate da quello stesso bagliore bianchissimo che l’acceca. Il silenzio che avvolge il suo capo è così straziante da togliergli le forze, quelle poche forze a cui s’aggrappava con tutta la sua determinazione.

Ma che importanza ha? Quanto conta ogni gesto se a compierlo è qualcuno che non sente più quella scintilla di vita, di speranza? Come se il mare si svuotasse tutto in un attimo: i pesci proverebbero a sopravvivere, scuotendo i loro corpi sul fondale sabbioso, pur sapendo d’essere spacciati?

Chiude gli occhi.

Nulla conta più ormai.

Magari il vento si porterà via ciò che resta di lui, tramutandolo in polvere, o forse in quella stessa luce bianca che s’è gettata sulla valle senza volerlo davvero.

Nulla ha più importanza, se il cuore si svuota e la mente s’attorciglia su se stessa.

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