Un’ultima volta

Avrei voluto vedervi, un’ultima volta.

Avrei voluto passare una serata delle nostre, noi soltanto, a far scorrere il tempo con un film e una manciata di cattive abitudini. Avremmo riso e ci saremmo strette in un abbraccio, ci saremmo divertite come sempre. Poi verso le 3 una di noi avrebbe detto che era ora di dormire, che tanto siamo talmente in simbiosi da avere sonno alla stessa ora.

Avrei voluto vedervi perché in vostra compagnia ogni giornata, ogni serata e ogni singola ora è speciale, unica. Brilla come fuochi d’artificio nel cielo scuro. Mi fate sentire felice, più che fortunata.

Mi mancano sempre le vostre voci, i vostri modi di dire e il vostro modo d’essere, che si fondono così bene a me da diventare parte di ciò che sono. Io sono io ma sono anche voi. Siamo noi, una cosa sola.

Allora stamattina vi pensavo, sdraiata in un’asettica stanza troppo piccola per me e per tutto quello che mi porto dentro. Troppo piccola per contenere tutte quelle idee che soprattutto la notte mi scombussolano la testa. Guardavo il soffitto scrostato mentre le lacrime si tuffavano nelle mie orecchie dopo avermi percorso gli zigomi in diagonale. Vi avrei volute accanto, perché con voi non condivido solo le gioie, ma anche i dolori.

Ho visto i vostri visi. Vi ho viste apparire tra le macchie del muro in fondo ai miei piedi, illuminate da un largo raggio di sole che mi portava alla vista migliaia di particelle fluttuanti nell’aria. Osservavo i contorni di quella strana visione e ci ho trovato gioia, una gioia immensa, ma mescolata ad un’atroce nostalgia che mi ricordava che non eravate con me, né lo sarete. Non ho potuto interrompere quel pianto silenzioso che mi dilaniava il cuore.

Con gli occhi nuovamente sul soffitto, ho pensato a tutte quelle volte che mi avete aiutata, sostenuta e sollevata a forza da terra ogni volta che ci crollavo sopra rovinosamente. Cosa avrei dato per avere un ultimo consiglio, un’ultima carezza di conforto.

Avrei voluto vedervi, un’ultima volta.

Poi però è giunto il momento e si è spalancata la porta della stanza. Sull’uscio, un uomo, col mio nome tra le labbra: era il mio turno.

Mentre venivo portata verso la mia gelida meta, non avevo che voi in testa. Avrei potuto pensare a chiunque, ma il mio cuore ha scelto d’aggrapparsi a quei nostri splendidi ricordi. Eravate il mio posto sicuro in cui ho scelto di rifugiarmi per sfuggire al terrore, e col tempo ha funzionato.

Appena arrivata in sala operatoria, infatti, non avevo più timori. “Va come deve andare” mi sono detta, mentre vi vedevo sorridermi riflesse nel buio in cui l’anestesia mi ha fatta sprofondare. Era come se mi cullaste.

Ora però la paura è tornata, nonostante la vostra compagnia mi abbia fatta sentire spensierata davvero dopo mesi di agonia. Ora mi sembra che qualcosa stia mutando al mio interno, mentre mi pare quasi di udire le voce dei medici attorno a me. Il mio battito è accelerato, o almeno così mi sento io, e percepisco un lieve panico serpeggiare nella stanza, infilarsi nei miei pori della pelle.

Forse è una mia sciocca sensazione, ma mi sento diversa, come se a poco a poco diventassi meno io e più… nulla. Come se mi stessi svuotando, diventando cenere, aria, polvere. Ho paura e non vorrei nessun altro affianco, se non voi.

Vorrei vedervi, un’ultima volta.

Ora invece mi sto spegnendo, svanendo nello stesso buio in cui vi ho viste comparire.

Chissà se morire è sempre così. Chissà se vi vedrò alla fine di tutto, quando questo oblio artificiale si trasformerà in eterno.

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