Seduta al pianoforte

Danzavi sui tasti con la leggiadria di un usignolo che saltella da un ramo all’altro cinguettando. Osservavo le tue dita e non vedevo che grazia. Dolcezza. Fascino.


Chissà quanto tempo hai passato a studiare quegli intricati movimenti sui tasti pesati del pianoforte. Chissà quanto tempo hai impiegato per capire come dosare la mano, come dare il tocco perfetto ad ogni nota che suoni. Chissà se le tue mani conoscono una danza che altri non riuscirebbero a riprodurre.


Ascoltavo quelle piroette musicali che invadevano l’aria, le osservavo ad occhi chiusi e le percorrevo stando fermo. Ogni tanto però, quando le mie palpebre non potevano più reggere il timido sigillo che le incastrava tra loro, io aprivo gli occhi e ti osservavo strizzandoli un poco, come a voler mirare oltre la tua immagine.


Tu però tenevi lo sguardo fisso sui tasti. Muovevi il viso e gli occhi a tempo di musica, come se fossi profondamente connessa a quelle note, un tutt’uno con le melodie che solo tu sapevi comporre. Tenevi lo sguardo fisso sui tasti e non pensavi ad altro. Non esisteva altro per te.


Io, come di pietra, invece ti guardavo. Forse sentivo le stesse cose che provavi tu suonando, perché per me non esisteva nulla al di fuori di te.

Quante volte avrei voluto sporgermi, solo un poco, e baciarti la guancia. Un bacio delicato, quasi impercettibile. Ma non ti avrei mai interrotta mentre suonavi. Forse tu invece ti saresti fermata apposta, e avresti ricambiato con più audacia. Forse no…


Pendevo dalle tue labbra. Ma stavo muto. L’unico momento in cui aprivo bocca era alla fine, quando sollevavi le tue dieci dita dal pianoforte e ti voltavi verso di me, sorridendo. Ti facevo un complimento, elogiavo la tua musica a voce ma ti confessavo il mio amore in silenzio.


Non ho mai avuto il coraggio di farlo davvero. Però tu mi a volte mi guardavi con l’espressione di chi sa, di chi non ha bisogno di chiarimenti o spiegazioni. Tu sapevi, in cuor tuo, che ti miravo con gli occhi dell’amore.

Eppure non accadde mai nulla. Restammo conoscenti, amici, compagni di vita per anni, e poi poco a poco cademmo nella spirale della vita, che porta via il tempo e spezza i legami. In un attimo tu non c’eri più. Mi restava soltanto il pianoforte, nello stesso punto esatto in cui tu ti sedevi e suonavi, illuminata dalla luce chiara del sole che al pomeriggio invade il mio salotto. Erano incontri intellettuali i nostri, artistici, ma nulla di più. Eri mia amica, almeno? Non saprei dirlo.


Ogni tanto, quando sono in sala, non resisto a lanciare lo sguardo sul pianoforte, sui suoi tasti, sui punti in cui anni fa si posavano le tue dita ed il tuo corpo. Poi lo sguardo si fissa sul legno nero della sua imponente ed elegante struttura e quasi ci si sdraia, tra i ricordi e le speranze di una gioventù ormai sfiorita.

Chissà se ancora ci pensi, a quei pomeriggi di musica e silenzi. Chissà se ora, mentre fai danzare i polpastrelli su un altro pianoforte, pensi al mio, a tutti quei pomeriggi insieme, a me. Chissà se ti ricordi ancora che sensazioni provavi quando mi facevi sentire per la prima volta una tua creazione.


Chissà.


Ora però ti prego, fuggi dai miei pensieri, come hai fatto dalla mia vita, lasciami in pace in questo salotto buio. Finché mi sembrerà di vedere la tua ombra seduta su quello sgabello scarlatto, non riuscirò a darmi pace. Finché il tuo ricordo infesterà questa casa, non riuscirò a darmi pace.


Abbi pietà, fuggi dai miei pensieri.

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