Affetto in difetto

L’affetto fisico non è mai stato il mio forte. Parlo di abbracci, baci, carezze, tutte quelle attenzioni fisiche che dovrebbe venir naturale dedicare a chi amiamo.

Eppure non ci sono mai riuscita molto bene. Certo, ho amato, ho dato tutta me stessa in nome di questo grande sentimento, ma allo stesso tempo mi è sempre venuto estremamente difficile dimostrare concretamente il mio affetto. Ci sono sempre i momenti in cui mi lascio andare e mi aggrappo con tutte le mie energie al calore corporeo di un’altra persona, a quella sensazione di casa che trovo nelle sue braccia, è vero. Però, non mi viene naturale. Nient’affatto.

Non so cosa succeda in me, ma mi nascondo dietro i miei stessi pensieri e tengo le distanze, anche da coloro a cui sono più legata. Sì, un abbraccio ogni tanto lo concedo, ma è rapido e poco invadente. Come i baci, dati frettolosamente all’aria, a pochi millimetri dalla guancia che sta lì tesa ad aspettarli. Ogni volta, per quanto io ami essere stretta in un abbraccio, o baciare la pelle morbida di una persona che ritengo importante, o ancora ricevere migliaia di carezze, mi sento irrigidire. Sento poco a poco di venir denudata, quasi umiliata.

Ma che assurdo ragionamento è questo? Cosa significa? Mi piace l’affetto ma allo stesso tempo mi mette a disagio, in soggezione, quasi in imbarazzo? Come può funzionare così il mio cervello?

Forse è una questione di fiducia. No, non lo è, perché a malapena riesco a baciare i miei nonni. Ogni volta che mi si presenta l’occasione, devo forzare la mia testa a muovere il mio corpo in quell’azione, non mi viene naturale. Eppure io i miei nonni li amo. Li amo alla follia. Mi hanno cresciuta, sostenuta, aiutata in ogni piccolo problema che mi ritrovassi davanti. Mai mi hanno voltato le spalle, né giudicata per i miei difetti, le mie scelte, i miei timori. Sono sempre stati al mio fianco, con una pazienza che secondo me neanche Giobbe poteva vantare. Ed io, in risposta a tutto questo, non riesco neanche a baciarli.

Mi sento una contraddizione. Dentro di me crepita ferocemente una voglia viscerale di amare, di dimostrare alle persone cosa provo nei loro confronti e di farli sentire amati. Vorrei essere una di quelle persone che abbraccia e bacia senza timore alcuno, senza sentirsi in difetto. Vorrei che mi venisse naturale prendere per mano qualcuno, abbracciare mia nonna quando mi saluta uscendo di casa, baciare mio nonno nel momento in cui entra in casa mia ogni mattina. Vorrei dimostrare il mio affetto ai miei genitori, con cui ho sempre avuto un rapporto caratterizzato da un incessante tira e molla emotivo, vorrei abbattere questa stupida barriera che mi fa solo sentire un controsenso umano.

Lo so, spesso l’espressione del mio viso non ispira simpatia, né dolcezza o empatia. Purtroppo sono fatta così. Me l’hanno detto in tanti, che a prima vista sembro la regina delle stronze, ma poi basta che io apra bocca per dimostrare tutto il contrario. Questa è solo la superficie. La maschera iniziale che calo sul mio volto quando mi preparo ad affrontare il mondo. Non so perché io abbia scelto questa, o se lei abbia scelto me. Fatto sta che appaio in questo modo. Dentro di me, però, c’è un incredibile voglia di lanciarmi a capofitto nell’amore, in tutte le sue forme.

Forse apprezzerei di più le piccole cose della vita. Forse, se riuscissi a scrollarmi di dosso questo timore inspiegabile – e totalmente opposto alle mie intenzioni – sarei una persona migliore. Mi godrei le persone, invece di respingerle senza volerlo. Mi sentirei più umana, meno fredda. Più coerente, più onesta.

Spesso mi chiedo se la gente attorno a me possa capire quello che provo. Si accorgono di quando mi sento in imbarazzo e provo a ritrarmi nella mia area sicura, a qualche centimetro da tutti? Sembrerà cattiveria, o insensibilità? Non lo so, però me lo chiedo sempre. Spesso faccio finta di nulla, provo a non pensarci, sperando che prima o poi possa sentirmi bene in una situazione del genere.

Mi chiudo in una bolla, nel mio silenzio che non riesco a perforare nemmeno io. Sento tutto amplificato, sento la mia pelle tirarsi sopra i miei muscoli tesi, quasi bloccati dalla paura che il mio corpo possa liquefarsi sotto le mani di qualcun’altro, che io possa morire in quell’istante. Mi sento sola, quasi in pericolo, sull’orlo di un precipizio mentre traballo e mi sbilancio tra affetto e paura. Una paura infondata di qualcosa di atroce.

Lo so che forse non verrò capita, o addirittura mi verranno puntate migliaia di dita, mi direte di svegliarmi e di prendere una decisione. Non è così facile. Non è facile affatto, perché nemmeno io mi capisco. Spero almeno voi possiate farlo.

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