Ragazzo nel gelo

Il cielo grigio si stiracchia sui tetti delle palazzine, mentre una luce chiarissima invade le strade completamente vuote, che ricordano tanto quei torridi pomeriggi d’agosto in città. Il clima però è tutto meno che estivo: tutti stanno rintanati in casa sotto le coperte, con indosso vestiti invernali o avvolti in strati di pigiami che non paiono coprire mai abbastanza. Il vento corre veloce e spietato per le strade, saltando sui balconi ed infilandosi negli appartamenti attraverso le piccole fessure delle finestre datate.

In un vicolo stretto, il cui asfalto è pieno di buche zuppe d’acqua piovana, cammina un ragazzo. La sua nuca rasata spunta appena da sotto il cappello di lana giallo e verde, mentre la spessa sciarpa della stessa trama e fantasia gli copre il collo e il viso fino a sotto gli occhi. Tiene le mani rannicchiate nelle profonde tasche del giubbotto nero, come fossero piccoli di lupo che si rintanano in fondo a una grotta buia ma accogliente. Avvolto con cura nei suoi abiti pesanti, il ragazzo cammina a lunghi passi per il vicolo, cercando di mantenersi stretto quel poco di calore che tiene nascosto sotto i vestiti.

In una giornata come questa, in cui il cielo pare poter piangere disperato da un momento all’altro, una figura che passeggia per strada pare una visione. I negozi sono semivuoti, come i ristoranti, e anche lungo le vie principali della zona i passanti si contano sulle dita di una mano. La città abbandona il suo tipico trambusto e si abbandona a un silenzio ghiacciato, un po’ come l’aria che si respira adesso.

Così il ragazzo, temerario, cammina veloce lungo il vicolo, svolta in una via a destra e la percorre fino in fondo, superando oltre cinquanta numeri civici, con lo stesso passo affrettato di pochi minuti prima. Con lo sguardo basso, si dirige deciso verso la sua meta.

Cambia direzione girando un angolo a destra e poco dopo svolta a sinistra, proseguendo a grandi passi veloci, quasi come se rincorresse qualcuno. Poco dopo finalmente rallenta, alza lo sguardo in prossimità di un grande palazzo ottocentesco e, fatto qualche ultimo passo, si ferma. Il vicolo diroccato che stava percorrendo poco tempo prima ora pare un vago ricordo, uno scorcio di un altro mondo che sembra non avere nulla a che fare con l’imponente palazzo cui si trova di fronte in questo momento.

Quasi sembra intontito da tanta grandezza, da una bellezza così antica eppure perfetta, pulita, quasi immortale. Il tempo pare essersi fermato. Le nuvole restano grigie e la luce bianca continua a bucare gli occhi, ma una cosa che si muove, forse più di prima, è l’anima del ragazzo. Lui sta immobile, con lo sguardo aggrappato alla facciata del palazzo, ma la sua giovane essenza salta di gioia e danza in tondo attorno al suo corpo, si arrampica lungo le grondaie e si lancia da un balcone all’altro, ne smuove le piante lì affacciate, fa tremare le finestre e le serrande e dà così vita all’anziano colosso di cemento.

Il tempo poco a poco torna a scorrere, lento, come una barca in balia di una dolce onda. Il ragazzo chiama la sua anima a sé, che veloce si rannicchia in fondo al suo cuore, dove stava comoda e silenziosa fino a poco prima. Nonostante tutto sia tornato alla normalità, non c’è nulla di usuale in questo momento. Sembra che sia calata una strana magia su tutta la città.

Il ragazzo finalmente si muove. Estrae la mano destra dalla tasca e, già intirizzita dal freddo, la allunga verso il citofono.

Un istante può durare ore, oppure meno di un battito di ciglia. Può cristallizzarsi nello scorrere del tempo e non esaurirsi mai, come il pianto di chi ha il cuore spezzato. Può sparire nel fumo amaro della vita, nel crudele susseguirsi di eventi che abbandonano i sentimenti nel passato.

Il ragazzo fa un piccolo sospiro, e una nuvola lattea lascia le sue labbra, consumandosi nell’aria. L’istante successivo, preme il dito ghiacciato su un bottone del citofono. L’ottone lucidissimo di cui è fatto riflette alla perfezione il suo viso, incorniciato in quel quadro dorato come una preziosa opera d’arte. Il giovane non solo vede il suo volto, ma lo guarda, lo esamina. Lo analizza come se fosse qualcosa di estraneo, come se fosse suo compito giudicarlo, in questo preciso momento.

Una voce squillante, dall’altro capo del citofono, lo sveglia da quel torpore di emozioni confuse e lo riporta a strattoni nella realtà. Tutta quella fretta, i passi ampi nelle vie della città congelata, il freddo che gli ha paralizzato le mani, all’improvviso sono valsi qualcosa. Hanno assunto un significato, uno scopo.

Il cielo si apre, inizia il diluvio universale: ma tu salvati, ragazzo, corri verso un calore che neanche il sole può donarti.

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