La verità dietro gli sguardi

All’inizio chiudevo gli occhi. Anzi, li strizzavo, nella speranza che quello che mi stava accadendo intorno sparisse. Non la definirei paura, nemmeno vergogna, forse era un enorme palloncino pieno di insicurezza pronto ad esplodere. Sono cambiata tanto in questi anni, sono cresciuta fuori ma soprattutto dentro.

Non puoi descrivere l’assenza di autostima a chi non l’ha mai provata, a chi è sempre stato sostenuto da coloro che ha attorno, dagli insegnanti, dagli amici, dai parenti. Certo, non dico di essere stata insultata tutta la mia vita, o presa in giro dai compagni dal mio primo giorno d’asilo, ma fin da piccola la mia sensibilità mi ha giocato brutti scherzi. Guardavo negli occhi delle persone e non vedevo le loro pupille, i colori più o meno sgargianti delle loro iridi, i piccoli capillari che circondano la loro sclera. Nulla di tutto ciò. Tutt’oggi faccio fatica a ricordarmi il colore degli occhi di qualcuno ritrovandomi, dopo anni di conoscenza, a dire: “Ma non avevi gli occhi verdi tu?”. Al posto degli occhi di coloro attorno a me, io da sempre vedo i loro pensieri, le loro opinioni, la loro reazione più immediata alle mie parole o al mio comportamento. Questa mia capacità la notai soprattutto a scuola, tra compagni e professori.

Mi ricordo in terza media, l’anno della grande decisione: cosa studierai, chi diventerai in futuro? Sembrava che in base ad una sciocca decisione presa a 13 o 14 anni, le nostre vite sarebbero state segnate per sempre. Falso. Ne ho visti di ragazzi passare per la mia ed altre scuole, in cerca della loro strada. Non era vero nulla. Eppure io, con la mia stravagante personalità proprio agli esordi in quel periodo, non mi vergognai di scegliere per me, me soltanto, e non per far piacere alla prof. di italiano, o a quella di tecnica. Le conoscevo a malapena, dopo tre anni confusi che mi hanno travolta come un uragano. Già allora, conobbi il giudizio: non ero più io, quella nuova ma che ha provato in tutti i modi ad integrarsi, quella che faceva amicizia con le anime perdute delle altre classi, quella gentile ma non troppo estroversa. Ero solo “la prima alunna della scuola ad aver scelto un professionale”. Mi ricordo ancora i confusi discorsi delle mie professoresse, che mi dicevano che non era un problema assolutamente, mentre i loro occhi si appannavano di delusione e confusione. Poi la consegna della pagella, l’ultima pagella dell’anno: andavo in una scuola di grande prestigio, con tanti di quegli strati di sfarzo ed inutili usanze e regole che mi veniva da vomitare a percorrerne i corridoi. Sono sempre stata randagia. Ebbene la preside era solita consegnare la pagella, fare un bel in bocca al lupo per il futuro e magari anche commentare la scelta degli studi superiori: “Linguistico eh? Allora speriamo di rivederti l’anno prossimo tra i nostri liceali! Brava!”, “Cara ragazza mia, sei sempre stata una classicista, lo si vede dal tuo approccio alla letteratura!”, “Bravo, lo scientifico è la scuola per fa per te, spero di vederti eccellere al Leonardo da Vinci.”. Per me, invece, che a quanto pare feci un grande scalpore con la mia scelta, l’ultima di una serie di gesti e comportamenti ribelli, il discorso fu ben diverso: nemmeno mi salutò, si limitò ad allungarmi la pagella mentre pronunciava sottovoce, con un velo di vergogna, la frase: “Alberghiero allora signorina?”. Il sorriso più grande che avessi mai fatto. Glielo stampai in faccia, più fiera di Cristoforo Colombo quando si accorse di aver scoperto un intero nuovo continente, avevo vinto. Ricordo che feci davvero fatica a prenderle la pagella dalle mani, sembrava non me la volesse dare. Io però, nella mia testa, ero la più figa di tutti. Fanculo, ho scelto io per me. All’epoca, lo ammetto, la sua reazione e quella dei miei professori mi fece dubitare di me. Mi stavo buttando via? Forse avevano ragione a dirmi di fare un liceo? Signori io in un liceo ci sarei morta. Forse davvero non ero in grado. Avrei perso solo anni di studio. A volte bisogna accettare le nostre capacità: riconoscerle è il primo passo per non sentirsi delusi.

Lo stesso anno, alcuni dei miei parenti sembravano imitare i miei professori e l’anziana preside che non voleva concedermi la pagella: non volevano accettarlo. Quello che inizialmente hanno preso come uno scherzo, io l’avevo sottolineato e ripetuto fino a farlo diventare realtà. Di fronte ai loro sguardi sorpresi, macchiati di disgusto e delusione, io mi arrabbiavo, piangevo appena tornavo a casa, sommersa da quell’anomalo senso di colpa e di frustrazione per aver fatto una scelta che non faceva felice la mia famiglia. Che discorsi che sentivo, che macchinazioni inutili che forse, secondo loro, mi avrebbero fatto aprire gli occhi, ma che invece hanno solo contribuito a far crescere in me quel bisogno di forte individualità che mi ha plasmata durante tutta l’adolescenza. Pensavano di aver ragione. Io stessa pensavo avessero ragione, sotto sotto. Però poi i miei genitori mi hanno imitata: si sono ribellati alle stupide aspettative della piccola società in cui ho vissuto i miei tre anni delle scuole medie, che pretendeva diventassi una come tutti gli altri, come da più di duecento anni facevano gli alunni passati da quelle mura (non scherzo, fu fondata nel 1808). I miei genitori, dopo mesi di attesa accompagnati da un amaro senso di fallimento crescente in me, mi hanno concesso di scegliere per me. Ed io così feci: dopo quei tre anni burrascosi, i cinque successivi mi parvero un sogno. Certo, ho incontrato miriadi di difficoltà, ma nulla in confronto a quello stupido grembiule bianco che ho indossato fino ai 13 anni, alle imposizioni, le regole, quel generale senso di imprigionamento con cui dovetti convivere per tre anni. Avevo scelto io, e quella scelta coraggiosa mi aveva fruttato un’adolescenza incredibile.

Parlando di difficoltà, la mia professoressa di lettere in seconda superiore mi detestava, lo sapevamo tutti noi 25 ragazzi, e mi faceva sempre ridere perché le sue parole, che provava in tutti i modi a plasmare in qualcosa di corretto ed educato, non corrispondevano mai al suo sguardo: un turbinio di emozioni negative ed astio verso la me appena sedicenne. Che poi chissà cosa le avevo mai fatto. Forse non le piacevano i miei capelli blu? Fatto sta che mi metteva a disagio, quello sguardo, nonostante comprendessi l’assurdità della situazione. Ogni tanto ho pensato di correggere il mio comportamento: forse ero troppo rumorosa, maleducata… forse aveva ragione a trattarmi così. Con il passare del tempo, per fortuna, quella folle vecchietta e la sua fatica nel ricordare il mio cognome si è trasformata in una bella storiella da raccontare.

Poi vennero le prime amicizie complicate: certo ci ero già passata, con le faide che spaccavano la classe in due già alle elementari, ma alle superiori capisci di più, sei in grado di prendere una decisione e non ti lasci trascinare in giro dalla situazione. O almeno io così ho fatto. Mi ricordo una grande confusione, un’enorme frustrazione scagliata contro di me e le persone più care. Non capivamo. Cambiarono gli sguardi, le parole, l’essenza stessa di quella persona. Capii quanto possano essere fugaci i rapporti, quanto le nostre sicurezze possano trasformarsi in fumo, in un attimo. Capii di valere di più di un litigio, scelsi di non farmi intrappolare in quell’enorme bolla di caos che stava minacciando me e le mie amiche. Non l’avrei fatto. Mi sono già sacrificata abbastanza, in passato, sopportando le angherie di coloro che si definivano miei amici, ma mi usavano solo come passatempo, e Dio quante storie assurde mi costruivano attorno. Ero solo una ragazzina. Una volta diventata ragazza, però, mi ero definitivamente stancata. Zerbinaggio e silenzio non facevano proprio più per me. Allora ho preso quello sguardo rabbioso velato da un’immensa confusione e l’ho cacciato. Non qui, non con me, mai più. Se mi sono sentita in errore? Non questa volta. Fu forse la prima occasione in cui uno sguardo non mi influenzò più di tanto. Non ero diventata invincibile, ma mi ero solo stancata, e volevo mettere me al primo posto.

Ultimo anno di superiori, la solfa si ripete: “Ma come non vuoi proseguire gli studi?”. Dio, quante lacrime. Mi guardavo attorno e mi sentivo stupida a non venire compresa. Che università avrei dovuto fare, che ci mettevo giorni per preparare una verifica di economia su un solo argomento? Proprio la prof. di quella materia mi fece esplodere. Cara, non voleva vedermi piangere, e provò in tutti i modi a farmi capire che lo diceva per il mio bene. Io capivo. Non ero più la me di cinque anni prima, non mi stavo scontrando col nemico: quella donna voleva solo aiutarmi, farmi capire che qualsiasi decisione prendessi, dovevo farla con consapevolezza. Poi venne quella di lettere, non la stessa del secondo anno, ma una gentilissima signora che per tre anni mi ha trattata come una figlia: mi vide piangere, spiegare alla mia migliore amica il discorso appena sentito nell’angolino della classe in cui stavamo sedute entrambe. Venne da me, si sedette di fronte al mio banco e mi raccontò la sua storia: era come me. Indecisa, incompresa, sicura di sé ma fino ad un certo punto. Si era scontrata anche lei con i pregiudizi, le aspettative dei parenti, degli amici. Per la prima volta vidi nello sguardo di non una, ma ben due persone, la genuina voglia di aiutarmi. Non volevano far valere le loro idee a tutti i costi, ma misero me davanti alle loro opinioni. Io dovevo stare bene, che avessi scelto di laurearmi o di lavorare. Mi sentii bene. Aiutata, compresa, accompagnata con affetto materno verso la fine dei miei studi.

Uno sguardo può fare tanto. Spesso è negli occhi delle persone che vedo le loro idee. Possono parlare, ma se i miei occhi incontrano i loro io so perfettamente cosa sta succedendo. Poi posso scegliere di far finta di niente, ma vi assicuro che è difficile. Perché non posso ignorare la verità. Non posso cancellare dai loro occhi il disgusto, la paura, la disapprovazione, anche l’amore. Uno sguardo, è vero, vale più di mille parole. Non parlo solo di quantità, ma anche di qualità: puoi dirmi “Wow, che bella cosa.” ma se i tuoi occhi si trasformano in una risata di scherno, io lo noto. Ora so quello che pensi, mentre le tue parole sono già volate via perdendo il loro significato.

Imparate a guardare oltre gli sguardi ed il colore degli occhi. Ciò che le parole non dicono, è la verità assoluta.

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