La sarta

Nell’insolito freddo di novembre che congelava le strade e costringeva tutti a ricorrere ai giubbotti più pesanti, camminavo in una piccola piazzetta triangolare al cui centro stava un’aiuola circondata da vecchie panchine malconce. Le luci di natale bianche già scendevano a cascata lungo i muri attorno alle vetrine dei negozi, mentre da qualche balcone pendevano i soliti Babbo Natale che, visti di sfuggita, mi sono sempre parsi persone aggrappate a mezz’aria. Qualche passante si stringeva nel proprio cappotto foderato di caldo pelo morbido, qualcun’altro si nascondeva il viso con la sciarpa, lasciando visibili solo gli occhi, altri parlavano tra loro passeggiando, mentre le nuvolette di condensa fuggivano dalle loro bocche come buffi di sigaretta.

Camminando lungo il marciapiede che dalla piazzola portava alla strada, osservavo le luci delle vetrine, le persone che lavoravano al caldo del proprio negozio, i visi di coloro che hanno addobbato l’ambiente per gli incombenti – ma neanche così tanto – festeggiamenti natalizi. Mi domandavo se potessero godersi qualche giorno di riposo, tra Natale ed il primo dell’anno, o se facessero parte di quell’esercito di martiri eroi che non chiudono mai, nemmeno a Natale. Un po’ mi dispiaceva l’idea. Tenevo le guance affondate nella mia sciarpa di lana, ormai rovinata da tutte le volte in cui un suo stupido filo si è impigliato nel mio appendiabiti. Tenevo le mani nascoste nelle piccole tasche del mio piumino – che non mi è mai piaciuto più di tanto – e proseguivo la mia passeggiata muovendo lo sguardo tra la punta dei miei piedi e le vetrine circostanti.

Ad un certo punto, mi sono imbattuta in una piccola sartoria grande una sola vetrina, con l’insegna spoglia ed i prezzi scritti accanto alla porta con delle letterine adesive. Ho sbirciato dentro, per qualche secondo, ed ho visto un giovane ragazzo seduto alla cassa, con lo sguardo sul cellulare che teneva fra le mani ed il viso stanco, forse per l’eccessiva mole di lavoro o, al contrario, per l’assenza di esso. Dietro di lui, in piedi, stava una signora, probabilmente la madre, che si massaggiava il braccio destro e lo roteava poi lentamente, mentre il suo sguardo stremato si insinuava tra le miriadi di vestiti appesi di fronte a lei. In quegli occhi ed in quel triste rituale con cui provava a salvarsi dai dolori, vedevo un pozzo di umiltà. Vedevo sulle spalle di quella signora anni ed anni di lavoro sodo, nella sua piccola sartoria, a riparare i problemi degli altri per una manciata di Euro. Vedevo in quegli occhi stanchi la determinazione, la dedizione al lavoro, anche se stanca, anche se distrugge le braccia.

A pochi minuti dalla chiusura, la padrona tirava le somme: quali vestiti aveva riparato, e quali altri le mancavano? Avrebbe forse dovuto aprire mezz’ora prima il giorno seguente? Oppure sapeva di farcela? E se invece stesse solo guardando tutti i capi sistemati quel giorno, con un pizzico di fierezza? Magari era il rituale giornaliero: un po’ di stretching ed attenzione alle proprie braccia erano necessari per continuare a fare quel lavoro. Ah, quelle povere braccia. Avrei voluto dirle che stava andando alla grande.

Con gli occhi che vagavano dentro il piccolo negozio, pensavo a me, ai miei amici: quante volte ci siamo ritrovati accasciati sul fondo del sabato sera a lamentarci della crudeltà della vita, della sua incredibile difficoltà, dei nostri sogni irrealizzabili. Ci siamo sempre lamentati tanto, dicendo di essere stanchi stremati dopo una giornata all’università, o dopo aver corso in sala portando i piatti ai tavoli, o assistendo per interminabili ore la petulante bambina a cui si fa da tata, oppure stando 8 ore in ufficio tra chiamate, mail, lamentele, colleghi troppo anziani. Ci siamo sempre lamentati, finendo l’ultimo sorso di birra, fumando l’ultimo tiro, concludendo ogni discorso con: “E che ci possiamo fare…”.

Possiamo osservare il mondo. Perché quella sera che passeggiavo lungo il marciapiede non mi aspettavo di vedere una scena così forte, che forse di forte non aveva nulla, ma mi aveva colpita. Quella determinazione io non credo di averla. Forse neanche i miei coetanei ce l’hanno. Forse dobbiamo ancora scoprirla. Quel movimento silenzioso della braccia, quel rituale necessario alla vita, al lavoro, mi ha fatto pensare che c’è bisogno di forza. Sia che si gestisca una piccola sartoria, sia che si possieda una grande azienda. La forza di andare avanti, di riconoscere i propri doveri, di convincersi che è l’unica cosa da fare per vivere, perché semplice la vita non lo è mai stata.

Quella passeggiata in una gelida serata di novembre mi ha insegnato qualcosa: non mi manca nulla. Non mi mancano le forze, non mi mancano le possibilità, non mi mancano i sogni. Chi lavora sodo, non vale meno di nessuno. Chi non si arrende, nonostante le difficoltà, non si merita tristezza, amarezza o delusione, ma solo grandi soddisfazioni. Ed io lo auguro, alla signora sarta, di avere tanti momenti felici, e magari di chiudere il negozio a Natale per passare la giornata in famiglia, usando le braccia solo per portare il cibo alla bocca, o al massimo per bere un bel bicchiere di vino.

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