La stanza in silenzio

L’aria sembra immobile. Forse anche l’ossigeno stesso è fuggito via da questa stanza, assieme alla paura, la disperazione ed ogni altra emozione.

Il pavimento in marmo è gelido: il vento fuori l’ha spazzato per ore passando per la piccola finestra socchiusa e chissà per quanto tempo le intemperie si sono riversate sulle mattonelle grigie della stanza. Questa finestra resta semiaperta, come se a nessuno interessasse del freddo che vi si intrufola attraverso. Il pavimento è talmente congelato che pare coperto di brina; chissà, magari potrebbe paralizzare i piedi di chi vi passa sopra.

Al centro del soffitto scuro c’è un lampadario imponente, antico, con centinaia di minuscoli cristalli luccicanti che pendono verso il basso. Il ferro battuto della struttura principale si attorciglia in incredibili disegni e forme, creando un intricato labirinto in cui si avventurano gli occhi di chi lo guarda.

Contro una delle pareti bianche della stanza c’è un letto sfatto, con le coperte arruffate in fondo ed il cuscino caduto a terra, dimenticato lì come un vecchio giocattolo che non si usa più. Le lenzuola stropicciate sono relegate lontane assieme alle coperte e pendono da un lato verso il terreno, adagiandocisi sopra come il capo di un bambino che si addormenta stremato sul suo cuscino. Se mia nonna vedesse questo disordine, mi direbbe che non ho imparato proprio nulla.

Dal lato opposto della stanza, c’è una piccola scrivania con sopra una televisione ed un telecomando appoggiato al suo fianco. Il legno scuro lucidissimo di cui è fatta riflette la luce fioca del sole invernale e pare illuminare la stanza, nonostante il grigiore del cielo sembri insormontabile. Ci sono fazzoletti di carta appallottolati lungo tutta la scrivania ed alcuni anche a terra, caduti, lanciati da chi li ha usati, spinti dal vento, chissà. Se si aguzza la vista, si notano anche un paio di custodie di CD, aperte e lì abbandonate, vuote: un semplice pezzo di plastica.

All’altro lato della stanza, sotto la finestrella socchiusa, c’è un piccolo comodino di legno dipinto d’azzurro, con le gambe sgangherate e i cassetti scrostati per il troppo utilizzo. Appoggiato lì sopra sta uno stereo, troppo grosso per quel piccolo comodino che forse, però, rappresenta l’unica alternativa al pavimento. Il display è illuminato e riporta il nome di uno dei CD assenti dalle loro custodie. Penso al mio stereo, che si surriscalda in fretta diventando bollente come lava, e mi chiedo da quanto tempo sia acceso ed abbandonato a se stesso, come paiono essere tutti gli oggetti in questa stanza.

La porta era chiusa prima che varcassi l’entrata. Le sue venature legnose sono ricoperte di decorazioni: pietruzze colorate che creano disegni geometrici precisissimi, adesivi, cartelli, disegni dipinti direttamente sul legno chiaro. Passo la mano sopra di essi, lentamente, come se cercassi di farli parlare. Infine sospiro: è uno spettacolo per gli occhi ed io mi immagino i momenti in cui l’artista ha decorato questa porta. Magari era una domenica di pioggia, o una lunghissima settimana dedicata solo a questo: nella mia testa appaiono numerosi scenari.

A destra dell’entrata c’è un’altra scrivania, più grande di quella ricoperta di fazzoletti, ma dello stesso colore. Sopra di essa ci sono numerosi fogli, quaderni, pennelli sparsi, giornali macchiati di tempera ed un astuccio pieno di matite colorate. La scrivania dell’artista. Poco distante c’è anche una sedia, molto diversa dallo stile antico del tavolo da lavoro: è di plastica trasparente, probabilmente comprata a basso prezzo in un grande magazzino. Anche qui, non possono mancare decorazioni, disegni e adesivi: macchie d’ispirazione.

Al centro della stanza, adagiata al suolo come una foglia in autunno, c’è una ragazza. Indossa quello che pare essere un pigiama, con le maniche lunghe fino a coprire le sue dita sottili ed i pantaloni arrotolati in vita, probabilmente troppo larghi per lei. Ha la nuca appoggiata a terra, con gli occhi serrati rivolti al grosso lampadario. Le sue palpebre sono truccate di nero ed il mascara le ha macchiato un po’ il viso, colando dalle sue lunghe ciglia sulle guance pallide. I suoi capelli biondi le cadono scompigliati lungo il corpo e sulle vicine piastrelle, e paiono essere un’aurea luminosa.

Giace la giovane ragazza in una pozza di velluto, con i polsi che prima piansero da due sottili feritoie verticali, ma che ora stanno in silenzio, seccati come rami d’inverno. Affianco a lei, stretto tra le dite della sua mano destra, vi è un piccolo foglietto ripiegato su se stesso. Vorrei prenderlo, leggerlo, scoprire cos’è accaduto, ma non posso. Non sono io, a doverlo fare. A breve qualcuno, col cuore in mille pezzi, raccoglierà i ricordi e le parole di questa povera anima, ormai polvere, ormai lontana. A breve questo velluto scuro si mischierà al pianto di una famiglia distrutta, e dopo poco anche il quartiere verrà a saperlo e con loro condividerà la sofferenza più amara: quella per una dipartita prematura.

Vedo pace. Ma una pace che fa paura, una pace che non dovrebbe essere ottenuta così. Vedo un viso giovane serrato in un sonno malvagio, circondato da una pesante aria sinistra, silenziosa, ghiacciata. Vorrei accarezzare le guance a questa giovane ragazza e dirle di svegliarsi, che è solo una brutta giornata e tutto migliorerà, piano piano, resistendo. Vorrei prenderle una mano e stringerla forte tra le mie, come faceva mio padre quando da piccolina piangevo a fiumi, urlando dalla disperazione, con la bocca impastata di sale.

Invece ora una vita è diventata un libro dei ricordi e questo corpo giace abbandonato al suolo come tutti gli altri oggetti della stanza, come se anche lei fosse diventata una cosa, cessando di essere un chi. Una vita si è tramutata in polvere e chissà, magari il vento si è portato via quest’anima per mano, passando dalla finestrella semiaperta, diretto verso altre mete, altri luoghi, in cui finalmente riposare.

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