Sera di pioggia

Cadeva fitta la pioggia sull’asfalto della piazza, mentre il cielo tuonava e s’illuminava d’improvviso, inondando di luce le case e le poche persone ancora fuori.

Al coperto di un piccolo balcone, ma non in salvo dall’acqua torrenziale che quella sera si riversava sulla città, stava un uomo vestito elegante. Indossava un completo nero ed una cravatta viola capeggiava sulla sua camicia bianca ormai intrisa d’acqua. Aveva l’aria d’essersi perso, tra i lampi ed i tuoni che sconvolgevano la città, mentre stava in piedi con la schiena contro una parete umida, guardandosi la punta dei mocassini. Nessun ombrello avrebbe potuto portarlo a casa asciutto ormai, tanto che dai suoi capelli cadevano piccole goccioline d’acqua che si riversavano sulla giacca ormai fradicia.

Passavano poche persone per quella piazza a quell’ora, ma coloro che rivolgevano il loro sguardo all’uomo elegante restavano increduli. Stava impassibile a testa bassa, come se ogni goccia di pioggia fosse per lui un raggio di sole, come se non stesse davvero diluviando. Alcuni volevano avvicinarsi per dare una mano, ma a quella vista rimanevano quasi intimoriti. Altri si lasciavano sfuggire sguardi perplessi, altri ancora camminavano talmente veloci da non notarlo neanche.

L’asfalto della piazza era color pece, si illuminava di bianco ad ogni lampo, tremava ad ogni tuono prepotente che irrompeva nella pace della sera. L’uomo vestito elegante non si muoveva, quasi fosse finto, mentre piano piano la piazza si svuotava e non restavano altro che buio e luce ad intermittenza. Impercettibilmente, quasi si vergognasse, tremava e stringeva i pugni, nel tentativo di farsi forza, forse. La pioggia non si calmava ma anzi sembrava sempre più forte, illuminata dal fascio di luce di un lampione della piazza.

L’uomo elegante si infilò una mano bagnata in tasca e ne tirò fuori una piccola scatolina scura, cubica, che gli tremava tra le dita. La fissava, con maggiore intensità con la quale fissava i mocassini poco prima, come a volerla distruggere in un fascio di fuoco. La teneva quindi in mano, facendola passare di dito in dito, in uno strano rituale senza apparente logica. non proferiva parola, forse non sapeva parlare, o non voleva più farlo.

Sotto quel piccolo balconcino, fradicio e in silenzio, l’uomo elegante pareva fermo nel tempo, in una frazione di secondo che solo lui stava vivendo all’infinito. Stava lì, in piedi, senza muoversi, mentre i tuoni e i lampi scuotevano la città. La sua piccola scatolina scura sembrava essere diventata un oggetto sacro, tanto intenso era il suo sguardo su quel piccolo cubo di plastica. Non parlava.

All’improvviso, poco distante da lui, un’anziana signora faceva capolino da un piccolo balcone, a malapena coperta da un ombrellino a fiori. Cercava di attirare l’attenzione dell’uomo elegante, con ampi movimenti delle braccia e chiamandolo nel trambusto del temporale. L’uomo, però, era impassibile. Forse oltre a non parlare, aveva dimenticato anche come ascoltare.

La signora, ignorata, sparì dal suo balcone. Dopo pochi minuti, un portone lì vicino si aprì e ne uscì l’ombrello a fiori, seguito dall’anziana signora, avvolta in un cappotto chiaramente non della sua misura, e con una grossa sciarpa attorno al collo e sulle spalle. Affrontando la pioggia prepotente e il freddo, si diresse a grossi passi – per quanto l’età permettesse – verso l’uomo elegante. Una volta arrivata lì, gli toccò una mano e all’improvviso si trovò due grossi occhi verdi puntati addosso. Le mani dell’uomo tremavano sotto le piccole dita dell’anziana signora, mentre lei gli ripeteva ciò che prima urlava dal balcone: “Hai bisogno di aiuto?”.

L’uomo, che sembrava sforzarsi a parlare, le rispose che non aveva bisogno di nulla. La signora però, che negli anni di cose ne aveva viste, e di persone ne aveva incontrate, sorrise lievemente e gli porse l’altro ombrellino a fiori. L’uomo la ignorava però, e aveva portato gli occhi di nuovo sulla sua scatolina scura. La signora usava allora l’ombrello per toccargli il petto e le mani, sperando che si stancasse e la ascoltasse.

L’uomo però non parlava né la guardava. Stava lì, oscillando lievemente sotto la pressione dell’ombrellino sul suo corpo. La signora era stanca e di certo non voleva inzupparsi come l’uomo di fronte a sé, così decise di coprire alla sua vista la piccola scatolina che teneva in mano, usando l’ombrellino a fiori. “Ti prego, entra a bere qualcosa di caldo.”

L’uomo la guardava, sperando forse che se ne andasse e lo lasciasse solo, ma dopo alcuni secondi di silenzio afferrò l’ombrellino e lo aprì sopra di sé: “Va bene.” le rispose.

La signora lo guidò verso il suo portone e poi su per le scale fino al quinto piano. Lì, lo fece entrare nella sua piccola casetta che affacciava sulla piazza con due balconcini e una finestra nel mezzo. “Accomodati” disse lei, indicandogli il piccolo divano datato. Dopo aver messo a scaldare un pentolino d’acqua, sparì dietro una delle porte che davano sul piccolo salottino e ne uscì poco dopo con dei vestiti: “Ti prego caro, togliti quel completo fradicio che ti ritrovi ed indossa questi, non vorrai ammalarti.”

L’uomo elegante si infilò la scatolina che ancora teneva in mano nella tasca della giacca, e allungò le mani verso la gentile signora. Dopo aver preso i vestiti asciutti, si diresse verso il bagno e chiuse la porta dietro di sé.

Il salottino di quella piccola casa era pieno ovunque di foto: sugli scaffali, vicino alla televisione, sul tavolino da caffè di fronte al divano, sul piano cucina ed una perfino sul tavolo da pranzo. In quelle fotografie si vedevano solo la signora ed un uomo circa della sua stessa età, con grandi occhi chiari e una barba bianca. Chissà se ora è parte del cielo che piange sulla piazza.

L’uomo elegante fu presto di ritorno in salotto, con i vestiti fradici in mano che gocciolavano sul pavimento. “Ragazzo, dai qua, li metto a stendere.” gli disse la signora allungando le braccia verso quel mucchio di stoffa bagnata. Li posizionò poi sul piccolo stendipanni in corridoio, dopo aver messo un asciugamano per terra, per evitare che si inzuppasse anche il pavimento.

L’acqua che era sul fuoco era ormai calda, e la signora la divise in due tazze nelle quali aveva precedentemente messo delle bustine di tè. Mentre porgeva una delle due tazze al suo giovane interlocutore, gli chiese: “Allora, cosa ti turba giovanotto?”.

L’uomo tirò un lungo sospiro, quasi a voler prendere coraggio, e poi le porse la scatolina scura. “La apra.” disse. La signora allora posò la sua tazza sul tavolino da caffè e prese la scatolina. La aprì, piano piano, e trovò al suo interno un grazioso anello ricoperto di minuscole pietrine. Dopo un lieve sorriso, restituì la scatolina all’uomo e gli chiese: “Ha detto di no?”. La schiettezza della signora lasciò sorpreso l’uomo, che si incupì all’improvviso, e non rispose.

L’anziana si ritrovò dunque di nuovo al punto di partenza, ad osservare un uomo muto. “Ti prego ragazzo mio, parlami.” lo implorò lei, prendendogli le mani. Lui sospirò, di nuovo.

“Avevo una bellissima ragazza.” iniziò dunque. “La amavo come mai feci con nessun altra, come mai farò. Tre anni fa comprai questo anello, volevo chiederle di sposarmi.”. La signora allora si incupì leggermente, e fece un sorso dalla sua tazza. Lui continuava a raccontare, intanto: “Le avevo dato appuntamento in questa piazza, dove ci eravamo conosciuti anni prima, dove ci siamo dati il primo bacio, dove abbiamo passeggiato numerose volte.”. L’uomo si rigirava la scatolina tra le mani. “Mi aveva detto che sarebbe arrivata un po’ in ritardo, perché c’era traffico. Allora la aspettai. Passarono cinque, dieci, venti minuti, e lei non arrivava.”. L’uomo fece il primo sorso del suo tè e proseguì: “Le telefonai, per sapere come stesse andando il viaggio, ma non rispose.”. “Donna prudente” gli rispose la signora, con un lieve sorriso. “Non era prudente. Non stava venendo da me, né sarebbe mai arrivata.”. La signora si portò una mano al petto, mentre uno sguardo cupo le velava gli occhi. “Lei mi amava, io lo sapevo, ma aveva paura. Il traffico di cui parlava non esisteva, era a casa. Allora non lo sapevo, così la chiamai ancora e ancora, con la paura che le fosse successo qualcosa.”. L’uomo aprì la scatolina e ne estrasse l’anello. “Volevo solo sposarla. Lei aveva paura.”. Mentre si rigirava l’anello tra le mani, continuava a raccontare: “La aspettai per due ore. Dopo due ore di silenzio, tornai a casa mia. Ero abbattuto, ero sconvolto.”. La signora provò, senza successo, a confortarlo appoggiandogli una mano sulle sue: “Ragazzo… la vita non sempre va come vogliamo.”. Lui, che inizialmente sembrava non volerle rispondere, invece le chiese: “Perché mi ha mentito? Perché ha deciso di abbandonarmi all’improvviso, di illudermi proprio in quel giorno?”. Gli occhi della signora si spostarono sull’anello: “Perché aveva paura, l’hai detto tu. E la paura gioca brutti scherzi.”. “Io ho sofferto, e soffro ancora adesso.” le rispose lui, con lo sguardo rivolto al suolo. “Soffri perché tieni con te la cosa che più ti ricorda di quel momento. Siamo noi a legarci agli avvenimenti, agli oggetti, dando loro potere, quando in realtà non ne hanno, nemmeno un briciolo. Lascia che te lo chieda: cosa ci facevi lì sotto, tutto bagnato?”. L’uomo alzò gli occhi: “Lo faccio tutti gli anni lo stesso giorno, ed ogni anno mi convinco che mi libererò di questo anello e del ricordo di ciò che è successo, ma è difficile, Dio se è difficile.”. La signora sorrise: “Sei tu a tormentarti, non il ricordo, né l’anello, sei tu che ti punisci per averci creduto.” “Ho creduto nell’amore. Sono stato stupido.”. Le mani dell’uomo tremavano, e la signora gli disse: “Non sei stato stupido, sei stato innamorato, e chi non lo è mai stato? Non lasciare che una delusione così grossa ti porti via la speranza.”.

L’uomo taceva. Qualcosa in lui stava succedendo. “Ragazzo, posso darti un consiglio?” le disse lei. Annuì, muto. “Liberati di questo anello. Buttalo in un tombino, lascialo in una pozzanghera e la pioggia farà il suo corso, riportalo in gioielleria, donalo alla prima persona che incontri. Questo anello per te è negatività. E non ne hai bisogno.”. L’uomo allora parlò: “Ma è difficile.”. “Come fa ad essere difficile liberarsi di qualcosa che ti fa soffrire?”. “Ma prima significava amore…” disse lui, tremando.

“L’amore non si definisce con un anello, caro. L’amore è molto più di un oggetto, di un ricordo. L’amore puoi anche essere tu, se ti permetti di essere felice.”.

All’improvviso, l’uomo si svegliò dal suo torpore e si alzò in piedi. Aveva ancora l’anello tra le mani, e lo guardava, lo guardava come se volesse farlo scomparire. Si avvicinò poi alla finestra e, dopo un lungo sospiro ed un ultimo sguardo veloce alla piazza, lanciò l’anello, che sparì nel buio della sera e nelle gocce di pioggia fitta.

La signora, incredula, sfoderò un enorme sorriso e gli disse: “Ora sei libero, giovanotto. Promettimi che amerai te stesso.”

L’uomo si girò verso la gentile signora che l’aveva ascoltato e consolato, le sorrise, finalmente, e si lasciò cadere all’indietro.

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