La ragnatela

Guardo sopra di me.

Osservo la luce chiara e accecante del cielo appena spalancatosi, inondando di sole la città e i suoi palazzi. Attorno a me, palazzine a otto o dieci piani, con i giardini rigogliosi e decorati, circondati da cancelli bassi in ferro battuto, con ancora gli ultimi addobbi natalizi ai balconi.

Sento il freddo posarsi sulla mia pelle. Sento il soffio gelido e invitante dell’inverno penetrare le mie ossa, facendomi irrigidire le dita. Questo vento di ghiaccio un po’ caino sembra essere intenzionato a prosciugarmi ancora di più. Tremo.

Il cielo però, è libero da antichi grigiori e mostra un viso terso, quasi dall’aspetto estivo, mi riempie lo sguardo, mi scalda il cuore. Un poco mi bruciano gli occhi, tanto è chiara e abbagliante la sua luce.

È il soffitto di una città, la mia città, ridotto a un mosaico da una ragnatela di cavi. Un mosaico prezioso, di una bellezza ipnotica, che si sdraia sulla veloce metropoli come una principessa sul suo letto in attesa di un principe.

Questa ragnatela che riduce a delicati brandelli il firmamento si fa spazio sulle strade e tra i palazzi, da un capo all’altro della città, con le sue lunghe braccia metalliche che paiono righe tracciate col righello da un bimbo troppo preciso.

La casa di un ragno dalle zampe lunghe, risultato del connubio tra la sua mente sveglia e il suo nobile sogno di ricoprire la città intera, spezzandone la bellezza in piccoli tasselli di paradiso.

Sono ancora ferma, immersa nei miei pensieri, tremando per il freddo e vagando per le lande popolose della mia ispirazione. Tengo il viso rivolto verso l’alto, con gli occhi curiosi sulla mia città, sulla bellezza dei suoi quartieri, sul mosaico più bello che esista. Sento ancora il vento sferzarmi il viso e il collo, libero dai capelli raccolti disordinatamente.

A volte mi perdo nel vento, nella polvere, nei fiori e nei rumori, dicono, ma scrivo ciò che non vedono perché un giorno possano capirmi. Così esploro il cielo e le sue sfumature pallide che scompaiono dietro le palazzine come se giocassero a nascondino con i miei occhi, stanchi ormai per la troppa luce.

Che buffo volere la vista libera e immensa ma amare le crepe che la interrompono, apprezzare quel blu limpidissimo ma sentire la mancanza del grigiore invernale sporcato dal fumo dei comignoli caldi.

Seguo la ragnatela diramarsi dietro la mia nuca, nella via vicina e in quella dopo ancora. Mentre respiro il profumo della città che mi ha donato questa felicità inaspettata, sento lo stridio del tram intensificarsi sui binari. Ascolto il suo rumore familiare avvicinarsi a me, al piccolo mondo che mi ero costruita nel vento freddo.

Mi sveglio così improvvisamente, uscendo da una dimensione in cui ho vissuto pochi lunghissimi secondi, e osservo ancora una volta la ragnatela, che continua a dividere il cielo in fette azzurre.

Da quanti anni questo cielo, questi palazzi e questa attesa, tutti i giorni. Penso a quanti anni, quanti lunghissimi secondi perdiamo. Quante volte non alziamo gli occhi, non notiamo il mondo.

I binari a pochi centimetri da me iniziano a vibrare mentre il tram avanza percorrendo quella ragnatela che sembra pizzo sugli occhi azzurri del cielo. Sembriamo così vicini eppure siamo così lontani.

Si concludono quei secondi durante cui ero io la sola ad esistere, l’unica figlia del firmamento e l’unica sua pittrice. Finiscono e volano via, allontanati dal vento gelido di questo inverno così prepotente.

I miei occhi lanciano un ultimo bacio al cielo che si staglia sopra la mia testa, diviso in drappeggi azzurri dalla splendida ragnatela.

Muovo i miei passi verso il tram, che dopo essere apparso all’angolo della strada ora sta fermo e riposa sui binari. Salgo a bordo, scrollandomi di dosso le ultime frasi e riflessioni di pochi istanti prima, che attendono però di essere impresse su carta.

Eccomi così parte della ragnatela che mi riporta a casa.

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