Sei la Notte

La notte era iniziata da ore ormai e fuori tutto taceva, mentre le stelle illuminavano con la loro luce bianca la fredda città.

Ho sempre adorato la notte. Anche quando fischia il vento, mentre piove o quando non si vede la Luna oltre le nuvole dense di fumo grigio.

Così quella notte stellata mi portava domande che mi tennero sveglia per ore, a rimuginare sulla mia esistenza. Avrei voluto così disperatamente appoggiare la testa sul cuscino, chiudere gli occhi e riaprirli al sorgere del mattino, ma la notte aveva altri piani. La donna scura bussava alla mia finestra e sentivo il suo sguardo argenteo su di me, mentre cercavo invano di muovermi.

Pensavo fosse tutto un sogno, che la notte non ha corpo né occhi, ma io la sentivo là fuori, che bussava con la stessa identica forza e lo stesso ritmo, perfettamente scandito come agisse per forza di un metronomo. Iniziai così a sentire le lancette dell’orologio scorrere a scatti, gelidi, inquietanti in quella notte silenziosa. Le mie mani tremavano flebilmente e io tenevo gli occhi serrati, nella speranza di diventare sorda, con la paura di quella stanza buia. Mentre i rumori piano piano diventavano sempre più forti e insistenti, sentii il mio corpo irrigidirsi ulteriormente e la mia mente congelarsi. Non erano più i miei pensieri a tenermi sveglia, ma la notte, che aveva ormai fatto irruzione nella stanza.

“Cosa vuoi?” sussurrai, all’oblio, con voce debole.

Non ebbi nessuna risposta.

“Cosa vuoi?!” dissi, questa volta a voce alta, che ero stanca di logorarmi nel terrore.

Non ebbi alcuna risposta.

La paura mi teneva sveglia e io volevo solo dormire, riposare.

Iniziai allora a perdere il controllo e mi misi a urlare: “Non mi avrai mai!”.

Ma la notte non rispose.

Lo ripetei, più e più volte, urlando come una folle, come fossi legata al lettino prima di un’iniezione letale. Urlai e urlai ancora, fino a ferirmi la gola, mentre mi dimenavo nel letto, incapace di alzarmi.

Sentii allora, mentre riprendevo fiato e soffrivo per aver urlato troppo, una voce. Non so dire se me la fossi immaginata o ci fosse davvero, ma quella voce mi calmò, d’improvviso.

“Apri gli occhi” mi disse.

Io tremavo di paura e stavo lì, immobile, affogando nel buio.

Presi coraggio però, e lo feci.

Ero in piedi, in camera mia, al buio. Davanti a me, nel mio letto sfatto, un bagno di sangue. Sulle lenzuola stropicciate, sul cuscino, sul copriletto e anche sulle mie foto appese alla parete affianco al letto. Tutto era tinto di un rosso profondo, scuro, e potevo sentire il dolore di quella tragedia a me sconosciuta.

Io ero lì, in pigiama, ammutolita, e non capivo, non capivo nulla di ciò che vedevo, e così cercai una risposta appellandomi alla voce gentile.

Dopo un lungo silenzio che mi fece temere il peggio, la sentii di nuovo e mi disse: “Quello è il tuo sangue. Qualcuno, senza volto né contorno, ti ha tolto la vita col suo coltello di buio, e tu ora sei la Notte. Perché alla notte affidasti il tuo sonno, e lei ora è dentro di te.”

Un lampo, all’improvviso.

Ero confusa, persa, accecata da quel bagliore che mi costrinse a chiudere gli occhi.

Non capivo, non capivo.

Rivedevo nel buio dei miei occhi il mio letto sfatto, intriso di sangue. Chi era quella persona senza volto né contorno? Come ha fatto a entrare in casa? Dove mi trovavo?

Il bagliore si spense, d’improvviso come era apparso, e tornai avvolta dal buio.

Lentamente riaprii gli occhi, col timore di vedere un’altra scena raccapricciante. Invece, però, davanti a me vedevo i piedi del letto e la stanza era ora illuminata dal mattino. Tutto pareva così reale, e io finalmente mi sentivo al sicuro.

Tirai un lungo sospiro, sorridendo all’idea di aver fatto un sogno così assurdo, e mi alzai dal letto.

Mentre muovevo i primi passi verso la porta della camera, sentii un rumore dietro di me, quasi impercettibile, simile a un flebile sussurro.

“Sei la Notte.”

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