Quattro pagine

Scrissi per la scuola.

Un tema, lungo quattro pagine.

L’argomento doveva essere la guerra.

“Titolo a scelta” aveva detto la prof.

Ci ho pensato a lungo,

a cosa scrivere.

Cercavo qualcosa di particolare,

qualcosa di speciale.

Perché è questo che cerco,

nella scrittura.

Cerco quel qualcosa che illumini,

che qualcuno ripeta fino alla nausea.

Cerco una frase semplice

ma che rimanga,

che venga evidenziata

e scritta sui banchi di scuola.

Dovevo scrivere della guerra.

Così scrissi di mia nonna,

di suo padre,

di sua madre,

dei suoi fratelli

e dell’odio che si respirava.

Scrissi così in fretta,

come se qualcuno,

sottovoce,

mi stesse dettando ogni parola.

Finii in meno di un’ora,

finii soddisfatta.

Scrissi di mia nonna,

come mia nonna.

Datata giugno 1945,

scrissi una pagina di diario.

A tavola,

nel ristorante di sempre,

lessi a mia nonna il mio tema.

Quello lungo quattro pagine,

quello di cui dovevamo scegliere il titolo.

“L’odio dopo la guerra”

scelsi come nome per quelle pagine.

Al tavolo seduti,

mentre gli altri scorrevano il menù,

lessi a mia nonna il mio scritto.

Le lessi le mie parole,

quel racconto romanzato

che aveva il retrogusto di storia vera.

Lessi di un uomo picchiato

fino a perdere i sensi,

colpevole di aver amato la sua famiglia.

Lessi di una donna preoccupata,

di bambini in lacrime,

di un mondo cambiato,

cambiato nel profondo,

per sempre.

Come arrivai alla firma,

che portava il suo nome,

mia nonna singhiozzò.

Qualcuno una volta mi disse che

le lacrime

sono l’apprezzamento più sincero.

In colpa e preoccupata,

ho pensato a suo padre,

che la stava abbracciando,

invisibile e muto.

Pensai a sua madre,

che non l’aveva mai abbandonata,

e forse aveva guidato la mia mano,

la penna,

a scrivere la loro storia.

E sì,

mia nonna apprezzò.

Raccontai di lei,

come lei.

Avevo trovato quelle parole,

quelle speciali,

che smuovono l’anima,

che fanno commuovere.

Forse accadde qualcosa,

in quel momento.

Forse mi innamorai,

ancora una volta,

ancora di più,

dell’arte sotto forma di lettere,

della lingua degli incompresi,

della lingua di noi poeti,

di noi amanti delle parole.

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